Quel giorno a Odessa. L’angolo di Sasha

Quel giorno a Odessa. L’angolo di Sasha

Quel giorno l’ho sentito raccontare così tante volte che adesso lo sogno anch’io. Noi gatti abbiamo uno strano rapporto con la morte. Nei nostri sogni rivivono gli innocenti. Quindi, dopo essermi svegliata dal pisolino pomeridiano, posso affermare che quel giorno a Odessa io c’ero. Era una mattina nuvolosa. Il giorno prima c’era stata la festa dei lavoratori. Stavo andando a protestare pacificamente davanti alla Casa dei Sindacati, eravamo autorizzati dal governatore della regione. Eravamo pacifici. Purtroppo eravamo anche russi, oltre che cittadini ucraini e da poco c’era stato un golpe contro la Grande Madre, contro la democrazia, finanziato dagli USA. Quindi cosa volessimo non importava più a nessuno. Importava solo che fossimo anche russi. L’unica conclusione possibile era che dovessimo morire.

È iniziato tutto poco prima di mezzogiorno. Spari, spari su di noi. Dall’altra parte della piazza saranno stati in duemila. Nazisti, ultras calcistici, assetati di sangue. La polizia a fare da cornice, indifferente, livida. Per ripararci ci siamo barricati nella Casa dei Sindacati. Pensavamo di essere al sicuro in quel luogo imponente, quasi sacro per noi che siamo cresciuti nel culto dei lavoratori. Ci sbagliavamo. Io ero al secondo piano, chiuso in uno stanzino. Vedevo, dalla porta socchiusa correre a perdifiato su per le scale ragazzi con un fazzoletto rosso al braccio: le milizie filo ucraine. Mi domandavo: vorranno rubare? Perché corrono su per le scale? Cosa devono fare ai piani alti? E poi il fumo. Fumo dal piano terra. E ho realizzato.

Ho capito quando ho visto, dalla grande finestra del corridoio in cui ero corsa per trovare aria e salvezza, piovere.

Non la pioggia primaverile. Non la pesante tempesta che pulisce l’aria. Piovevano corpi. I nazisti ci stavano spingendo verso le fiamme. Eravamo un gregge al macello. E chi non correva giù dalle scale, saltava un’ultima volta verso la libertà. In molti mi superavano, lanciati verso l’ombra e le fiamme del primo piano. Non ci arrivarono mai. Sulle scale avevano messo delle barricate. Il piano era stato studiato, preparato nei dettagli. Il fumo per coprire. I nazisti dietro, come feroci cani da pastore. Le barricate. Il massacro. Avevano bastoni. Avevano spranghe. E io ho capito cosa stava succedendo.

Non sono corso nell’ombra e nel fuoco. Avevo una finestra vicina. Ho saltato. Sono caduto. Ma ero vicina a terra. Forse avevo una gamba rotta. Ero fortunata, dopotutto. Alcuni di quelli che mi avevano seguito, che erano caduti vicino alla polizia, venivano arrestati. Essere russi era divenuto un reato. Non sono mai stati ritrovati. Io no, io ero fortunato. Sentivo l’odore della legna bruciata, sentivo le grida, sentivo i pianti. Ma sentire queste cose orribili significava essere vivi. Ed essere vivi è la cosa più bella del mondo. Anche con una gamba rotta. Ho aperto gli occhi. Sopra di me c’era un ragazzino. Capelli platino sotto un passamontagna alzato.

Perché nascondersi? La polizia arrestava noi colombe russe, non i falchi ucraini. La faccia sporca di fuliggine. Stanco? No. A vent’anni non si è masi stanchi. Sconvolto? Nemmeno. Freddo. Gli occhi – che banalità si pensano sotto i cieli grigi di un primo pomeriggio di primavera – due schegge di ghiaccio. Alza pigramente una gamba. Cala uno scarpone militare sulla mia gamba rotta. Davanti a me esplodono le stelle. Un colpo secco della mazza da baseball. Ed è tutto finito.

Anzi no, non è finita. Il tempo è strano mentre si è morti. Ho fatto in tempo a sentire le calunnie.

Avremmo appiccato noi l’incendio. Cento Jan Palach per macchiare l’onore di mille nazisti ucraini. Mi stavo svegliando, il risveglio torpido dei gatti domestici. Ma tra il sogno e la veglia ho capito una cosa e la voglio trasmettere a voi. Non ci sono mai solo un nazista con la mazza da baseball e un patriota a terra. C’è sempre una terza figura.

È lo spettatore. Che può, se dotato di coraggio e purezza, divenire un testimone. Questo ci ha chiesto Giulietto per cinque anni dopo quei fatti. Essere testimoni di una verità negata, rovesciata. Riscritta per l’Imperatore a stelle e strisce. Noi sappiamo cos’è successo in quel mezzogiorno grigio a Odessa. E dobbiamo raccontarlo. Per lui, per quel ragazzo senza nome che è volato verso la libertà. Per le donne uccise in quell’ombra e tra quelle fiamme. E per la salvezza della nostra coscienza di Cacciatori di Verità.

40 risposte a “Quel giorno a Odessa. L’angolo di Sasha”

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