A CHI SERVE ORA LA NUOVA NATO ARABA?

NUOVA NATO ARABA

“L’Iran è la principale minaccia in Medio Oriente e affrontare la Repubblica islamica è la chiave per arrivare alla pace nell’intera regione”. Mentre il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, pronunciava queste parole in Polonia, nelle stesse ore, il 13 febbraio scorso, l’Iran veniva colpito da un attentato kamikaze: 42 i pasdaran morti nella provincia sud-orientale del Sistan e Balucistan. La rivendicazione è arrivata dal gruppo jihadista sunnita Jaish al-Adl che ha deciso di colpire mentre il paese celebrava il 40esimo dalla Rivoluzione islamica. Nel silenzio quasi totale dei media nostrani. “Non è una coincidenza che l’Iran venga colpito dal terrore nel giorno in cui inizia il circo di Varsavia – ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif – soprattutto quando sostenitori degli stessi terroristi applaudono dalle strade di Varsavia.” A Zarif non dev’essere sfuggita la presenza dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, alle proteste dei Mojahedin-e Khalq lungo le vie della capitale polacca, mentre si svolgeva la “Conferenza per la stabilizzazione del Medio Oriente”, voluta e organizzata dagli Stati Uniti. Scopo dichiarato: creare un fronte unito contro l’Iran. Leggi tutto “A CHI SERVE ORA LA NUOVA NATO ARABA?”

Dietro l’olocausto yemenita, il tentativo d’isolare l’Iran

Raid aerei e violenti combattimenti si sono registrati nella regione di Hodeyda, nello Yemen occidentale, sabato e domenica scorsi, nonostante la tregua siglata pochi giorni prima, sotto l’egida dell’ONU, in Svezia. Secondo fonti locali vicine al governo yemenita, almeno 51 persone avrebbero perso la vita nei recenti scontri. Nella mattinata di domenica gli aerei della coalizione saudita hanno continuato a bombardare svariati quartieri residenziali della città portuale, lasciando cadere – stando a quanto riferito dal network televisivo libanese al-Mayadeen – bombe a grappolo sulle aziende agricole. Intanto, mentre proseguono nella città portuale aspri i combattimenti tra gli Houthi e le forze filo-governative, le Nazioni Unite hanno confermato l’entrata in vigore del cessate il fuoco alla mezzanotte di oggi, lunedì 17 dicembre, per questioni “operative”. 

Dal 22 marzo 2015, lo Yemen, uno dei Paesi più poveri al mondo, è teatro di una devastante guerra tra gli sciiti Houthi e le forze governative del presidente Rabbo Mansour Hadi, appoggiato dalla coalizione a guida saudita. Quest’ultima, composta da Bahrein, Egitto, Kuwait, Sudan ed Emirati Arabi Uniti, oltre che dall’Arabia Saudita, è sostenuta, a sua volta, dagli USA, i quali inviano armi, carburante per gli aerei e riferiscono informazioni dell’intelligence. ll numero di yemeniti in pericolo di fame a causa dell’assedio allo strategico porto di Hodeyda, affacciato sul Mar Rosso, secondo le stime delle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio, dovrebbe salire a 18,4 milioni entro la fine del mese, tre volte la stima degli ebrei uccisi nell’olocausto. Dalle banchine del porto passano i tre quarti dei beni d’importazione e degli aiuti umanitari destinati alla popolazione del nord, compresa la capitale Sana’a, patrimonio dell’umanità UNESCO, oramai devastata da anni di bombardamenti.

Nel frattempo, Amal è morta di fame. Aveva sette anni, ma era arrivata a pesare come una bambina di pochi mesi. La sua foto, scattata dal reporter vincitore del premio Pulitzer, Tyler Hicks, pubblicata dal New York Times, ha fatto il giro del mondo, scatenando reazioni sdegnate. Amal è solo una delle tante vittime di questa tragedia umanitaria  dimenticata. Una situazione talmente disperata da aver spinto il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, grande sponsor della monarchia saudita, a chiedere un immediato cessate il fuoco. 

Così il Senato americano, il 13 dicembre, con due risoluzioni ha dapprima condannato l’Arabia Saudita per l’omicidio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, per poi chiedere alla Casa bianca d’interrompere l’appoggio alla coalizione saudita in Yemen. Nel respingere tale posizione, Ryhad ha immediatamente riferito che intende rafforzare ulteriormente i rapporti con Washington, ritenendo la decisione del Senato basata su false accuse e su una “sfacciata interferenza” negli affari interni del regno, mettendo così a rischio il ruolo regionale e internazionale della petromonarchia. A propria difesa, Ryhad, in un comunicato della casa regnante Saud, ha sottolineato di essersi sempre impegnata nella lotta al terrorismo, contro l’ISIS e al-Qaeda, salvando vite innocenti in tutto il Medio Oriente. 

Eppure fu proprio un dossier preparato a Washington dalla Brookings Institution in cui si analizzavano dati raccolti nel 2013 e nel 2014 a raccontare chi sono coloro che, attraverso donazioni private, foraggiano i terroristi: “cittadini del Qatar e dell’Arabia Saudita che hanno aiutato Daesh attraverso il sistema bancario del Kuwait”. “Follow the money”, si diceva una volta. E allora il comunicato dei Saud oggi aggiunge qualcosa di più: “il regno saudita ha assistito gli USA nel contrasto dell’attività maligna dell’Iran e resta impegnato a fare giustizia”. 

Intanto, le Nazioni Unite, secondo la Reuters, avrebbe già pronto un rapporto confidenziale, firmato dal segretario generale António Guterres, in cui si afferma che l’Iran fornirebbe missili anticarro e antiaerei agli Houthi yemeniti. Suggerito da chi?

Le prime voci contro le ingerenze sioniste 

Con un colpo di spugna, negli Stati Uniti il senatore repubblicano Rand Paul ha posto un “blocco” all’iter legislativo dello “United States – Israel Security Assistance Authorization Act”, legge che autorizzerebbe il più gigantesco finanziamento di uno stato estero, letteralmente a fondo perduto, che gli Stati Uniti abbiano mai elargito in tutta la loro storia, un “prestito” di 38 miliardi di dollari, con buona pace del contribuente americano. [http://sakeritalia.it/america-del-nord/il-congresso-usa-nelle-mani-disraele/] Immediatamente l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha attivato una massiccia campagna di denigrazione contro il senatore Paul, anche via Facebook. In aiuto all’AIPAC è arrivato il gruppo Christians United for Israel (CUFI), che, per esercitare una forte pressione sul senatore repubblicano, ha organizzato un’operazione di mail bombing indirizzata all’ufficio del politico e, allo stesso tempo, ha pesantemente investito in pubblicità diretta verso gli elettori di Paul nel Kentucky.  Leggi tutto “Le prime voci contro le ingerenze sioniste “