BOMBA SEI CRUDELE COME L’UOMO TI FA

BOMBA SEI CRUDELE COME L’UOMO TI FA

“Bomba sei crudele come l’uomo ti fa”, scriveva il poeta Gregory Corso nel secolo scorso, quando già era chiaro che la società del consumo privilegia l’aspetto economico sul rispetto dei diritti umani, generando un sistema di morte, fatto di guerre criminali che colpiscono i popoli più poveri, che spesso vivono spesso in Paesi ricchi di idrocarburi. 

Il gran bazar delle armi produce soldi, interessi e posti di lavoro. Un business inarrestabile. Al limite si può decidere che le bombe non vengano prodotte in patria, lasciando però ad altri Paesi l’onere della fabbricazione. Come ha fatto il governo tedesco che ha vietato l’esportazione di armi a favore dell’Arabia Saudita per il caso Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso nell’ambasciata del regno wahabita ad Istanbul il 2 ottobre scorso. Ben sapendo che altre succursali dei fabbricanti di morte possono sopperire alle commesse con un surplus di produzione. Il divieto del governo tedesco infatti non sarà applicato alle filiali estere della Rheinmetall Waffe Munition (Rwm) – leader mondiale nella produzione dei dispositivi smart che rendono le bombe ordigni “intelligenti” – che ha uno stabilimento anche in Italia, a Domusnovas, nel Sulcis Iglesiente. 

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CARO LAVORATORE DELLA RWM TI SCRIVO

CARO LAVORATORE DELLA RWM TI SCRIVO


(Ricevo e pubblico senza commento una lettera non firmata proveniente dalla Sardegna)
Ti scrivo perché non ho modo di parlarti guardandoti negli occhi, non c’è l’occasione, voglio rispondere alla tua lettera aperta. Lo faccio da essere umano a essere umano, senza premesse politiche o religiose, lo faccio perché credo che non abbiamo più tempo né io né te e neppure i nostri figli.
Tutti e due sappiamo molto bene che il tuo lavoro porta conseguenze drammatiche, è inutile negarlo. Puoi scriverlo quante volte vuoi, che il frutto del tuo lavoro contribuisce alla sicurezza del tuo paese, ma io e te sappiamo benissimo che non ci credi. Io credo che quando torni a casa dai tuoi cari, quando vai a dormire, qualcosa dentro di te fa male, qualcosa come una falce che non smette di girare e di tagliare. Tu sai molto bene che il tuo lavoro porta morte e distruzione e sei anche consapevole che oltre a uccidere uomini, donne e bambini a migliaia di km da qui, porterà dolore e sofferenza a te e a i tuoi cari. E’ inutile che fai finta di niente (tutti fanno finta di niente), ma questa fabbrica di armi è un generatore di cancro, di leucemie di tante altre patologie, che già ora colpiscono i lavoratori al suo interno e i cittadini all’esterno. Malgrado questo difendi il tuo posto di lavoro e magari cercherai di lasciarlo a tuo figlio. Ecco, semplicemente per la legge universale della reciprocità, come a te non interessano le
conseguenze del tuo lavoro, a me in nome della mia sicurezza e di quella dei miei cari, non interessa che tu perda questo lavoro. Tu hai diritto al lavoro come tutti, ma io come tutti ho il diritto alla mia sicurezza, ho il diritto di non ammalarmi per colpa tua e della RWM. Non mi piace lottare per far perdere il posto di lavoro a qualcuno, ma credo che sia necessario. Anche nei campi di sterminio a un certo punto chi ci lavorava ha perso il suo posto di lavoro; anche nelle fabbriche di eternit quando si è capita la verità, i lavoratori hanno perso il posto di lavoro; anche a Chernobyl chi lavorava nella centrale ha perso il suo lavoro; o a Seveso… Ecco sappi, che anche tu lo perderai, perché quello che fai è sbagliato al pari dell’industria della droga. Ti prego di non fraintendermi, io spero che tu perda il lavoro alla RWM, ma che ne trovi subito un altro, un lavoro che ti permetta di tornare a casa da tuo figlio e di guardarlo negli occhi senza vergogna, un lavoro che contribuisca alla crescita della Sardegna (e non alla sua distruzione), un lavoro che non generi malati di cancro. Questa terra, la mia terra, la tua terra merita qualcosa di meglio che un polo industriale di armi! La Sardegna è una terra meravigliosa, per me la più bella del mondo! Io non ti permetterò di continuare a fare quello che fai. Io non devo essere costretto ad andarmene dalla mia terra, piuttosto te ne vai tu e la RWM. Su questo non ho dubbi, è ora che come sardo ti ribelli a tutti gli ignobili ricatti sul lavoro, specialmente nel Sulcis. Io non so se la tua fabbrica possa essere riconvertita, ma so che la produzione di bombe deve essere fermata sia perché causa di migliaia di morti nelle guerre, sia perché è un pericolo per me e per la mia famiglia. Dillo ai dirigenti della RWM , digli che questa è la SARDEGNA ed è abitata dai sardi, e che se qualcuno deve andare via sono loro, non noi, e digli anche di mettersi il cuore in pace, perché io non mi fermerò. Forse un giorno tu e i tuoi colleghi darete le dimissioni dalla RWM ,forse arriverà un momento che nessuno vorrà più lavorare in questa fabbrica; quel giorno la dirigenza della RWM si renderà conto che un Popolo Caparbio e Fiero non ha chinato la testa. Proveranno a fare le bombe da un altra parte, ma anche lì ci saranno persone che lotteranno per la loro terra e per i loro figli, non saranno soli perché ci saremo anche noi ad aiutarli.


Un cittadino sardo

Segnali generali di disordine prodotti da un cambio d’epoca


Con una mossa a sorpresa, il Qatar lascia l’Opec, Organisation of Petroleum Exporting Countries, a partire da gennaio. Ad annunciarlo è il nuovo ministro per l’Energia qatarina, Saad al-Kaabi in una conferenza stampa tenuta a Doha, capitale dell’Emirato. “Il ritiro riflette il desiderio del Qatar di concentrare i suoi sforzi nello sviluppo della produzione di gas naturale, portandola da 77 milioni di tonnellate all’anno a 110”, spiega al-Kaabi. La decisione, confermata alle emittenti televisive panarabe anche dalla Qatar Petroleum, compagnia petrolifera statale di Doha, arriva a pochi giorni dalla prossima riunione Opec, prevista il 6 dicembre. Voci di corridoio insistono che in quella sede l’Organizzazione, spinta da Arabia Saudita e Russia, rispettivamente il membro e il partner più grandi, deciderà nuovi tagli alle forniture dell’oro nero. I due Paesi hanno infatti concordato la continuazione della cooperazione nella gestione dell’approvvigionamento petrolifero nel 2019.

Il Qatar si è unito al cartello petrolifero nel 1961, un anno dopo la sua nascita. L’Emirato, che ha un Pil pro capite tra i più alti al mondo, con oltre 100 dollari ad abitante, è oggi l’undicesimo produttore di petrolio tra i Paesi aderenti Opec (620mila barili al giorno) ed è il più grande esportatore al mondo di gas naturale. Secondo quanto scrive il Financial Times, però, la decisione di Doha deriverebbe non tanto da ragioni di carattere squisitamente economico ma sarebbe l’ultima tappa (per ora) dello scontro politico in essere nella regione dal 5 giugno 2017. A dare il via alla crisi diplomatica furono i principali Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) – Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Bahrain ed Egitto – che simultaneamente tagliarono le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato, all’improvviso, di sostenere i gruppi terroristici nella regione, ma soprattutto di avere legami troppo stretti con l’Iran, potenza sciita nemico numero uno dell’Arabia Saudita, dove è religione di Stato il wahabismo, base religiosa e ideologica dell’arcipelago radicale che ha generato tutti i grandi gruppi del terrorismo sunnita, da Al Qaeda a Daesh.

Nonostante le stime del Cultural Intelligence Institute del Michigan (Usa), dimostrino come negli ultimi trent’anni i sauditi avrebbero speso più di 100 miliardi di dollari per diffondere il wahabismo in una lunga serie di Paesi, e per quanto i petrodollari dei Saud siano sempre stati molto apprezzati da Stati Uniti ed Europa (in particolar modo da Gran Bretagna, Francia, e, non ultima, l’Italia, Paesi questi ultimi che hanno lungamente flirtato con i Saud), il Qatar è riuscito a sopravvivere all’isolamento fisico cui i vicini l’hanno condannato, grazie all’aiuto di Iran e Turchia. I quattro Paesi, infatti, hanno sigillato i confini terrestri e marittimi con il piccolo Emirato, chiuso il proprio spazio aereo ai voli da e per Doha ed espulso i cittadini qatarini. Un tentativo, finora fallito, di strangolare il Paese al quale Doha ha reagito mettendo in campo estesi sforzi diplomatici e cercando di guadagnare posizioni nella comunità internazionale, anche firmando ulteriori e lucrose commesse militari con Usa, Francia e Regno Unito.

La decisione ha determinato sui mercati un’impennata del prezzo del petrolio. Le quotazioni del Wti (riferimento Usa) avanzano di oltre il 4% a 53,09 dollari al barile, mentre quelle del Brent (riferimento europeo) crescono del 3,85% portandosi a 61,76 dollari, anche sull’onda della decisione di Trump di posticipare di 90 giorni l’aumento dei dazi doganali al 25% sui prodotti cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari. La reazione del mercato è stata dunque relativamente forte, considerato che il Qatar produce meno del 2% del greggio al mondo. “Gli analisti si stanno probabilmente concentrando sull’impatto simbolico di questa decisione, che sta mostrando qualche conflitto all’interno dell’organizzazione dei produttori”, spiega Carlo Alberto De Casa, capo analista di ActiveTrades, secondo il quale “il rimbalzo è stato probabilmente amplificato poiché arriva dopo un trend ribassista di lungo termine”. 

Tuttavia, appare evidente che le diplomazie del Golfo si muovono nella nebbia a loro sconosciuta. Nel disordine generale, prodotto da un enorme cambio d’epoca, gli equilibri si stanno rapidamente modificando, mentre le giovani élite, non sentendosi più tranquille sotto l’ombra della Cia, percepiscono l’indebolimento dell’Impero.