Gli Usa si preparano alla guerra bisogna fermarli

https://it.sputniknews.com/mondo/201509301266179/

Non a tutti è piaciuto il discorso di Obama all’Assemblea Generale dell’Onu, ma ancora meno, a quanto pare, piace l’attuale posizione degli Stati Uniti di fronte alla proposta di Putin di creare una vera e propria alleanza internazionale contro lo Stato Islamico, o Daesh che dir si voglia.

In una intervista esclusiva a Sputnik Italia il professore Manlio Dinucci, uno dei massimi esperti di cose militari in Italia, fa luce sulle dinamiche in atto in Siria rispetto alla posizione di Russia e Usa.

-Prof. Dinucci, come giudica il tentativo di Obama di rimettersi in primo piano dopo la mossa di Putin?

Il presidente russo Vladimir Putin

— Considero davvero grottesco il tentativo del presidente americano di ergersi come il paladino della lotta contro l’Isis. Ci sono prove documentate, fornite anche dal New York Yimes, che la CIA e il Pentagono hanno armato e addestrato forze estremiste islamiche prima per rovesciare Gheddafi e poi trasferendole in Siria per demolire il governo e il regime di Bashar al-Assad. Quello che è accaduto negli ultimi tre anni in Siria, distruzione e morte, è il risultato delle scelte americane, in primo luogo. Senza dimenticare che, nel maggio 2013 il senatore USA McCaine incontrava in Turchia colui che sarebbe divenuto il califfo dello Stato Islamico, il cosiddetto Al Baghdadi. E’ un tentativo propagandistico per perseguire la stessa politica. Visto che non sono riusciti a rovesciare il governo di Damasco, adesso ci riprovano fingendo di combattere l’Isis, ma sotto la condizione che, prima, Bashar al-Assad dovrà andarsene.

-Mosca ha bruscamente accelerato il passo. Cosa significa?

Il presidente Putin alla 70° Assemblea Generale dell'ONU

— La velocità, oltre all’energia, con cui Mosca sta affrontando la situazione suona per me come un campanello d’allarme generale. Essa non è dovuta solo alla situazione in Siria. E’ l’effetto di un’offensiva che è stata messa in moto dagli Stati Uniti e che è partita dall’Ucraina, per coinvolgere il fronte medio-orientale. E’ uno sviluppo preoccupante. Ho l’impressione che a Mosca si siano resi conto che non bastano le azioni diplomatiche di fronte all’uso spregiudicato della forza militare, di pressioni e di manovre sotterranee che caratterizzano in questa fase la politica degli Stati Uniti e della Nato. La decisione della Duma, di usare anche il proprio peso militare, indica la necessità di elevare la risposta russa a questo livello, naturalmente d’accordo con il governo siriano. Ho l’impressione che a Washington non si aspettassero questa reazione russa. Sono abituati a mettere gli altri di fronte alle loro azioni e iniziative, di fronte a fatti compiuti. Sono sempre stati loro a muovere le pedine sulla scacchiera, lasciando agli altri il compito di commentare gli sviluppi. Adesso la Russia, che ha riguadagnato un ruolo internazionale evidente, ha posto un “alt” a questo stato di cose. E mi sembra che questo “alt” non concerne soltanto la Siria, bensì un avvertimento generale innalzato a riguardo degli Stati Uniti.

-Lei pensa che Obama sia disposto a collaborare con la Russia? E con l’Iran?

Ministro della Difesa della Russia Sergey Shoygu

— In qualche modo è costretto a prendere atto della nuova situazione. Ma è evidente che non gradisce affatto. Collaborare significherebbe cambiare politica e non mi pare che intenda farlo. Continua a fingere di combattere Daesh, ma sappiamo bene che in questi anni la Nato, attraverso vari canali, in primo luogo attraverso la Turchia, ha rifornito di armi e di tutte le tecnologie necessarie i miliziani del Califfato, mentre Arabia Saudita e emirati vari del Golfo hanno fornito il supporto finanziario. E’ stata ed è una politica concordata in ambito Nato. Tutti questi protagonisti, che agiscono sotto l’ala americana, hanno un unico obiettivo strategico che è quello della demolizione dello Stato siriano e dell’abbattimento di Bashar al-Assad. In realtà, l’obiettivo è quello di ridisegnare la mappa del Medio Oriente nel suo complesso. Non rinunceranno a questo obiettivo se non saranno costretti a farlo.

-Dunque sarà un intervento armato a decidere la crisi attorno alla Siria?

— Mi auguro di no. Non credo che Putin la pensi in questo modo. La Russia, intervenendo con le sue armi e la sua aviazione, intende costringere USA e Nato a un tavolo negoziale. E può darsi che ci riesca, se non altro dissuadendo alcuni Paesi europei dal seguire servilmente le decisioni del Pentagono. Ma Putin si trova di fronte non a una serie di atti scoordinati, bensì a una strategia consapevole. Quella che numerosi analisti americani e occidentali non esitano ormai a definire come la strategia del caos. Pensano in questo modo di paralizzare tutti gli altri. In realtà, ne siano consapevoli o meno, questa strategia non si ferma al caos. Il caos crea la guerra. Loro lo sanno, e infatti si preparano alla guerra. Bisogna fermarli.

Alex Zanotelli: Il 15% della spesa nelle armi va ai partiti

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Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha vissuto con gli ultimi della Terra, ha cresciuto e segnato migliaia d’italiani con i suoi libri, quali Korogocho, e le esperienze in Africa, in mezzo alla spazzatura che viene da lontano.

L’ultimo apporto Sipri sulle spese militari ci dice che ogni minuto si spendono nel mondo a scopo militare 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. La spesa militare italiana, calcolata al tasso di cambio corrente dollaro/euro, è salita da 65 milioni di euro al giorno nel 2013 a circa 70 nel 2014.Sputnik Italia ha intervistato il noto pacifista per approfondire questi allarmanti dati della spesa pubblica, italiana e internazionale.

— Padre, qual è il ruolo delle armi nell’economia del pianeta?

“Sono prima di tutto un missionario, ho fatto 12 anni in una baraccopoli e so che cos’è l’inferno umano. Per capire le armi, le guerre, dobbiamo prima comprendere bene che viviamo in un mondo assurdo. Le ultime statistiche dicono che nel 2016 l’1% della popolazione mondiale avrà più del 99% del resto del mondo. Il 20% del mondo consuma più del 90% dei beni prodotti su questopianeta. Tre miliardi di persone sopravvivono con circa 2 euro al giorno e un miliardo di uomini, donnee bambini fanno la fame.Dai30 ai 40 milioni di persone muoiono ogni anno di fame. Diventa così fondamentale che noi guardiamo in faccia la realtà. Per mantenere il 20% del mondo che continua ad appropriarsi del 90% dei beni, è chiaro che ci vogliono le armi. Non c’è altra via. Le armi servono a questo, a mantenere i privilegiati di questo mondo. E’ davvero incredibile che l’anno scorso, secondo il Sipri, sono stati spesiin armamenti 1.776 miliardi di dollari, pari a quasi 5 miliardi di euro al giorno. Almeno la metà delle spese mondiali sono per la NATO, oltre mille miliardi di dollari. Si tratta di pura follia totale dinanzi a un mondo affamato.Lo aveva già capito molto bene San Francesco d’Assisi in quel famoso episodio in cui si era spogliato nudo e il vescovo gli chiese: “Francesco, hai altro da fare?” e Francesco gli ha risposto: “Padre, se io ho, devo avere la lancia per difendere quello che ho”. E’ questo il cuore del problema. E le conseguenza sono la crisi ecologica e la crisi globale che ci sta investendo”.

E’ importante che i parlamentari si rendano conto che il cambiamento strategico della Nato, alleanza che da difensiva è diventata offensiva dice il padre Zanotelli

Come può incidere la politica su tutto questo?“E’ importante che i parlamentari si rendano conto che il cambiamento strategico della Nato, alleanza che da difensiva è diventata offensiva, deve passare attraverso il voto di camera e senato.

I gruppi parlamentari dovrebbero svolgere un ruolo centrale sulle armi nucleari. Un paese come l’Italia che ha detto no al nucleare non può avere nel proprio territorio 70 bombe atomiche che, tra l’altro, ora, verranno modernizzate da Obama. E’ assurdo ancora che la Chiesa cattolica, di cui io sono membro, non abbia ancora pronunciato ciò che Robert Oppenheimerdissequando prese parte al Manhattan Project: “Oggi la scienza ha conosciuto il peccato, abbiamo il potere di distruggere questo pianeta: siamo diventati Dio”.Ricordiamoci che ci sono ventimila bombe atomiche attive in tutto il mondo.Quando ero Direttore di “Nigrizia” ho saputo una cosa da un importante membro del governo di allora.Alla domanda: “Quanto va ai partiti in tangenti sulle armi?” mi fu così risposto: “Il 15%”. Finché non capiremo questo non comprenderemo realmente le decisioni dei parlamentari.

Mi preme ricordare uno dei più importanti vescovi degli Stati Uniti, Raymond Hunthausen, arcivescovo di Seattle, non ben gradito in Vaticano, che disse: “Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare. Le armi nucleari proteggono i privilegi e lo sfruttamento.  Rinunciare a esse significherebbe che dobbiamo abbandonare il nostro potere economico sugli altri popoli. La pace e la giustizia procedono insieme. Sulla strada che perseguiamo attualmente, la nostra politica economica verso gli altri paesi ha bisogno delle armi nucleari. Abbandonare queste armi significherebbe qualcosa di più che abbandonare i nostri strumenti di terrore globale. Significherebbe abbandonare il nostro posto privilegiato in questo mondo”.

 

Dove vanno a finire le armi made in Italy?

L’importante mancanza di trasparenza sul commercio delle armi determina una forte corresponsabilità dell’Italia nelle guerre che devastano il pianeta senza la minima attenzione al rispetto dei diritti umani e dei Trattati internazionali.
Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia, Russia, Cina inviano periodicamente all’Unroca, il Registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali, informazioni abbastanza aggiornate sulle esportazioni di armi. L’Italia, invece, è ferma al 2009. Da nove anni Roma non invia informazioni all’Unroca. Pare che da allora nessun parlamentare se ne sia accorto. Così come nessuno tra i tanti esperti di strategie militari che quotidianamente pontificano nei salotti televisivi.
Ma c’è di più. Nello scorso anno, l’Italia ha inviato alla sede del Segretariato dell’ATT (Trattato sul Commercio di Armi) di Ginevra informazioni gravemente insufficienti riguardo alle esportazioni di armamenti autorizzate ed effettuate nel 2016. Il rapporto consegnato è infatti privo di una colonna presente invece nel rapporto dell’anno 2015, quella dei Paesi destinatari. Si sanno le tipologie e il numero di armamenti dell’esportazione ma non si conoscono i dati sulle consegne effettive, né il Paese acquirente. Un’assurdità consentita all’Italia dalla “clausola di riservatezza”: “In the submitted report, some commercially sensitive and / or national security-related data has been withheld in accordance with article 13.3 of the Treaty” (“Nella relazione presentata, alcuni dati relativi alla sicurezza commerciale e / o nazionale sono stati omessi ai sensi dell’articolo 13, paragrafo 3 del Trattato”). Non è dato di sapere se questa venga impiegata dal Belpaese per ragioni di tipo commerciale o per questioni relative alla “sicurezza nazionale”. Sappiamo però che tra i Paesi che non inviano informazioni all’Onu sulle proprie importazioni di armi figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Turkmenistan, Paesi verso cui l’Italia negli ultimi anni ha esportato sempre più armamenti perché considerati partner affidabili, nonostante il massiccio sostegno che offrono costantemente al terrorismo internazionale.
Si fa dunque fortemente strada il sospetto che la cosiddetta “sicurezza nazionale” spesso nasconda lucrosi interessi economici e che una “zona grigia” governi il mercato delle armi in cui potrebbero regnare collusioni forse inimmaginabili.
Nel frattempo la guerra e il blocco parziale imposto dalla coalizione a guida saudita hanno lasciato in Yemen 22 milioni di abitanti, sui trenta complessivi, in condizioni di emergenza, bisognosi di aiuti umanitari. E’ la più grande emergenza alimentare mondiale, mentre il colera ha colpito 1,1 milioni di persone. Nel più grande silenzio mediatico che una guerra abbia mai registrato.

http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/71607-export-armi-l-italia-e-uno-dei-paesi-meno-trasparenti-al-mondo.html?fbclid=IwAR1oIdICSyrboiaEpoPfFKlHt3E9hjHYfrdspLMAhCEVqXqrNAe8HCmSUEA

#IO_SONO_GRECA

 

Sono solita passare le vacanze estive in Grecia. Quest’anno ho anticipato di qualche settimana il viaggio per vicende personali. Da Roma arrivo ad Atene per poi prendere la nave, che mi porta a Paros, in quel di Rafina. Da lì, a seconda degli anni, mi sposto ad Alikì in auto, oppure ad Agios Georgios, nell’isola minore (non certo per bellezza) di Antiparos, col ferry. Nel 2015, mentre cercavo di descrivere per Sputnik Italia il massacro che l’Ue stava compiendo ai danni di un popolo costretto a pagare un modus vivendi troppo accelerato rispetto alla sua storia, in Grecia utilizzavo solo danaro contante. Le banche, per i greci, erano sostanzialmente chiuse. Il popolo greco ha resistito e poi ha cercato di rialzare la china. Ma il coraggio non è consentito, nell’epoca dell’omologazione forzata. Quest’anno così le cose sono cambiate di nuovo e sono costretta a usare troppo la mia Mastercard. L’IVA al 24%, i controlli fiscali all’ordine del giorno anche nei piccoli, piccolissimi centri. Bruxelles chiede, Atene risponde, il popolo (insieme alla democrazia) muore. L’arrivo in terra greca è un presagio. Arrivata troppo presto per la nave, a Rafina mi fermo in un bar sulla spiaggia. La cameriera è la figlia della proprietaria. Professione infermiera. Ma per lei, e per molti altri, non c’è più posto negli ospedali ateniesi. Dopo avere provato a fuggire in Italia con il marito e il bimbo piccolo, senza fortuna, è tornata a casa per qualche mese. A settembre partirà per la Germania. Lì, mi dice, la speranza ancora c’è, per vivere e per crescere un figlio. Spes ultima dea, dicevano gli antichi romani. Ma quella speranza, oggi, per quasi cento persone, in Grecia, si è fermata per sempre. Mentre l’Europa ha sempre di più le mani macchiate di sangue.

25 luglio 2018

Atene. La democrazia è nata qui e oggi qui muore

 

https://it.sputniknews.com/opinioni/20150624624212/

Si complica la situazione in Grecia. Secondo fonti vicine alle trattative riportate dall’agenzia Bloomberg, i creditori internazionali non hanno accettato l’ultima versione del pacchetto di riforme preparato ad Atene, mentre Christine Lagarde ha già fatto sapere che l’Fmi non parteciperà al prossimo programma di salvataggio della Grecia.

Intanto, Tsipras appare sempre più in difficoltà sul fronte interno, con una parte di Syriza pronta a boicottare eventuali accordi con i creditori.

Per riflettere sulla crisi e sul destino dell’Europa, in questo momento, non c’è posto più opportuno che la Grecia. E proprio sulla strada di ritorno da Atene, Sputnik Italia, realizza un’intervista a Giulietto Chiesa, noto giornalista, che ha partecipato in questi giorni, nella penisola ellenica, e più precisamente, a Delfi, tra la leggiadra natura che abbraccia le rovine dell’antica città divinatoria, a un think tank che ha riunito intellettuali europei e americani, di diversa estrazione politica, per discutere insieme di un progetto di trasformazione politica dell’Europa oltre la Grecia.

— Qual è l’atmosfera che si respira arrivando in Grecia? Quali le aspettative delle persone in queste ore?

— “La prima impressione che si percepisce è quella di essere dinanzi a un Paese in grande sconcerto. Un Paese profondamente diviso al suo interno che nella sola giornata di lunedì ha visto due manifestazioni contrapporsi tra le piazze centrali della città di Atene, una a favore dell’Europa e l’altra contraria al proseguimento delle trattative con Bruxelles.  D’altro canto, la divisione nel Paese è forte quanto l’angoscia che trapela anche soltanto camminando tra la folla, quando un senso di attesa e d’inquietudine largamente diffuso si fa strada tra i pensieri di ognuno.

Il primo ministro Alexis Tsipras con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker

Tutti parlano a mezza bocca, come si suol dire, e diventa difficile riuscire a capire qual è la componente politica maggiormente forte nel Paese in questo momento. Syriza ha vinto le elezioni a febbraio con solo il 37% dei voti e ciò significa inequivocabilmente che una parte importante della popolazione è fortemente preoccupata. Nessuno sa cosa succederà nello scenario alternativo alla rottura del negoziato, perchè se il governo fosse costretto ad accettare la proposta della Troika, ci si troverebbe dinanzi a un’ulteriore e drammatica stretta della cintura della grande maggioranza delle famiglie greche, a un’ulteriore caduta verso la spirale di un debito impagabile. La resa della Grecia alle richieste del Fmi e degli altri creditori non genererebbe sicuramente risanamento bensì un ulteriore aggravamento della situazione sociale della Grecia. Dall’altra parte, si vanno creando spinte sempre più radicali verso l’uscita dall’Europa e dell’Euro, per molti l’ultima decisione praticabile per tentare una risalita che comunque non potrebbe svilupparsi nell’immediatezza temporale. Tutti sanno che, anche in questo caso, si aprirebbe una situazione altamente instabile, della quale nessuno è in grado di prevedere gli esiti, almeno nel breve periodo.  Siamo quindi visibilmente dinanzi a due alternative. La prima è una catastrofe sociale ulteriormente crescente, mentre la seconda è un’assoluta incognita sul futuro. Scegliere una o l’altra strada in mezzo a un bivio di tal genere è cosa di natura certamente difficile non solo per il governo ma anche per ogni singolo cittadino. In questo quadro generale si gioca il destino di milioni di persone. La gente sta seduta nei tavolini fuori dai bar, imbambolata dal caldo di un’estate già rovente e pensierosa per il proprio futuro. All’ingresso dei grandi alberghi internazionali, la tensione non è minore. Anche lì dove alloggiano le persone facoltose e benestanti, si avverte quella tensione per cui il destino di ognuno è il destino di tutti. Fanno eccezione a questa situazione generalizzata unicamente coloro che hanno già portato fuori i capitali e se andranno a vivere a Londra, a Parigi, o in chissà quale altra metropoli.

— In questi ultimi anni, insieme allo svuotamento della città, abbiamo assistito gradatamente a un degrado insieme ambientale e culturale della capitale, Atene. Come appare lo stato attuale della città al visitatore di oggi?

— Atene è diventata una città irriconoscibile. Nonostante l’Atene moderna non sia mai stata una bella città, sia dal punto di vista architettonico che da quello organizzativo, ora lo spettacolo offerto dal degrado ambientale è devastante allo sguardo de visitatore. Le vie della città, persino quelle centrali nella vicinanza del Parlamento, sono letteralmente costellate di vetrine abbassate e di vetri rotti. E’ come se ci fosse una specie di cupio dissolvi, una volontà di auto degradazione. I muri sono tutti sporchi e tappezzati di scritte e di scarabocchi, a tal punto che l’ambiente urbano sembra raffigurare un paese in uno stato di disordine mentale disperato. Qua e là si vedono passare drappelli di polizia, con i soldati vestiti bene e dotati di scudi di plastica, di elmetti, e di manganelli. Le forze di polizia che scorrazzano da una parte all’altra della città, in evidente attesa di rivolte e di scontri. La tensione è molto alta e temo che nelle prossime ore potremmo assistere a episodi di violenti scontri perché in una situazione come questa la protesta comunque prevarrà su qualunque ragionamento e su qualsiasi circostanza, sia nell’una che nell’altra ipotesi. L’impressione è che nessuno in Grecia in questo momento pensa che la situazione stia tornando alla normalità. Tutti sanno che la Grecia purtroppo sta andando o verso un disastro ancora più grande o verso la più grande incertezza, o almeno, questa è l’impressione di un testimone che è passato per la Grecia lungo tre giorni di permanenza.

— Come si è trasformato il tessuto industriale ed economico in questo drammatico frangente?

bandiera della Grecia

— Intorno ad Atene e lungo l’autostrada che mi ha portato da Delfi ad Atene, una cosa impressionante che si nota è la quantità di capannoni abbandonati, di fabbriche chiuse, di depositi sprangati. Da quello che si vede sembra quasi di assistere a una civiltà non solo in decadenza ma letteralmente in una situazione di crollo totale. La Grecia ha perduto il 27% del Pil nazionale lungo questa crisi, in 4 anni. E’ una cifra impressionante ma quando la vedi con gli occhi fa ancora più raccapriccio.  Il dato negativo del Pil si tramuta nel crollo della produzione industriale e a occhio nudo, di fronte al bellissimo e assolato panorama della Grecia, fuori e dentro Atene, si vede la devastazione industriale e il degrado di un Paese in tutta la sua brutalità.

La cosa più triste è che molti greci dicono che questo è il Paese della patria della democrazia e adesso la Grecia è diventata il paria dell’Europa. Un vecchio signore mi ha tristemente detto:

“Nessuno ci ricorda per quello che siamo stati, nessuno si ricorda più né di Eschilo né di Sofocle né di Euripide. Soprattutto, nessuno si ricorda della tradizione culturale della democrazia che è nata qui e qui oggi muore.”