Giù le zampe dai miei croccantini! L’angolo di Sasha

Giù le zampe dai miei croccantini! L’angolo di Sasha

Approfitto dell’occasione per rispondere ai miei hater: io non sono affatto grassa. Ho la forma perfetta per una dea felina mista a macchina mortale di caccia. Come i microfoni di casa hanno imparato nel modo più duro. E definitivo. Questo è un dettaglio importante per capire la natura del triste misfatto che si rischia di perpetrare a breve. Il furto dei miei croccantini. Che poi, tutto sommato, sono una dea generosa: a me piacciono al tonno. Non sono carnivora. Sono perfettamente sostenibile, sia ecologicamente che economicamente. Quindi è imperativo svelare chi minaccia le mie scorte di cibo.

Lunghe ore di appostamento mi hanno permesso di ricostruire l’infame vicenda. YouTube, dopo soli quattro mesi di sonno, ha deciso che i sostenitori de La Casa del Sole dovevano ricevere indietro i propri soldi. E questo nonostante, lo so per testimonianza diretta, la mia padrona abbia intensificato al massimo umano la produzione di video. Pensate, mi ha fatto così tanta tenerezza che questo mese non ho distrutto quasi nulla. Quasi. Comunque il tema non è questo. Il tema è che questa mossa prevede che YouTube ci entri, non autorizzato, nel conto in banca e lo svuoti. Ci prenda tutti i soldi che ritiene dovuti. E li dia alle persone. È, ovviamente, una sporca tecnica con cui si cerca di metterci contro i nostri amici. I Cacciatori di Verità.

La mia padrona ha reagito in maniera molto umana. Ovvero senza uccidere nessuno, cosa che io avrei fatto senza alcuna remora. Ma pare che i non felini non applichino il concetto che se metti a rischio la mia sopravvivenza io posso difendermi con unghie e denti. Ho sentito addirittura raccontare di quando lo fece il Governo, di mettere le mani nei conti correnti. Non so come sia finita, ma in tipica ironia umana so che si chiamava Amato. Ecco, tornando ai miei croccantini, la parte ignobile di questo ricatto è che per evitarlo dovremmo chiedere nuovamente la monetizzazione dei nostri video.

Cioè tornare dal tribunale invisibile dei padroni universali chiedendo loro, per favore, di lasciarci tenere quello che voi, nella vostra infinita generosità ci avete destinato per continuare la lotta contro i tribunali invisibili dei padroni universali. È palese anche a una gatta che questa cosa non possa funzionare. Soprattutto se gli amici ci hanno lasciato soli (e con pericolosamente pochi croccantini) dietro le linee nemiche a combattere la battaglia del nostro secolo. Salpati di notte, con una nave che doveva portare anche noi, non ci hanno nemmeno salutato. Da gatta tutto sommato ne sono felice, da soli si vive meglio. La mia padrona non ne è affatto convinta.

Ma io so che è forte e ce la faremo. Anche perché stavolta starò io di guardia alla porta. E sarò pronta a combattere ogni ladro nella notte. E so che voi, cari Cacciatori di Verità, sarete al mi9o fianco. Dimostrando che questa strategia parte perdente. E ogni volta che mangerò un croccantino penserò a ciascuno di voi con animo felinamente grato.

Quel giorno a Odessa. L’angolo di Sasha

Quel giorno a Odessa. L’angolo di Sasha

Quel giorno l’ho sentito raccontare così tante volte che adesso lo sogno anch’io. Noi gatti abbiamo uno strano rapporto con la morte. Nei nostri sogni rivivono gli innocenti. Quindi, dopo essermi svegliata dal pisolino pomeridiano, posso affermare che quel giorno a Odessa io c’ero. Era una mattina nuvolosa. Il giorno prima c’era stata la festa dei lavoratori. Stavo andando a protestare pacificamente davanti alla Casa dei Sindacati, eravamo autorizzati dal governatore della regione. Eravamo pacifici. Purtroppo eravamo anche russi, oltre che cittadini ucraini e da poco c’era stato un golpe contro la Grande Madre, contro la democrazia, finanziato dagli USA. Quindi cosa volessimo non importava più a nessuno. Importava solo che fossimo anche russi. L’unica conclusione possibile era che dovessimo morire.

È iniziato tutto poco prima di mezzogiorno. Spari, spari su di noi. Dall’altra parte della piazza saranno stati in duemila. Nazisti, ultras calcistici, assetati di sangue. La polizia a fare da cornice, indifferente, livida. Per ripararci ci siamo barricati nella Casa dei Sindacati. Pensavamo di essere al sicuro in quel luogo imponente, quasi sacro per noi che siamo cresciuti nel culto dei lavoratori. Ci sbagliavamo. Io ero al secondo piano, chiuso in uno stanzino. Vedevo, dalla porta socchiusa correre a perdifiato su per le scale ragazzi con un fazzoletto rosso al braccio: le milizie filo ucraine. Mi domandavo: vorranno rubare? Perché corrono su per le scale? Cosa devono fare ai piani alti? E poi il fumo. Fumo dal piano terra. E ho realizzato.

Ho capito quando ho visto, dalla grande finestra del corridoio in cui ero corsa per trovare aria e salvezza, piovere.

Non la pioggia primaverile. Non la pesante tempesta che pulisce l’aria. Piovevano corpi. I nazisti ci stavano spingendo verso le fiamme. Eravamo un gregge al macello. E chi non correva giù dalle scale, saltava un’ultima volta verso la libertà. In molti mi superavano, lanciati verso l’ombra e le fiamme del primo piano. Non ci arrivarono mai. Sulle scale avevano messo delle barricate. Il piano era stato studiato, preparato nei dettagli. Il fumo per coprire. I nazisti dietro, come feroci cani da pastore. Le barricate. Il massacro. Avevano bastoni. Avevano spranghe. E io ho capito cosa stava succedendo.

Non sono corso nell’ombra e nel fuoco. Avevo una finestra vicina. Ho saltato. Sono caduto. Ma ero vicina a terra. Forse avevo una gamba rotta. Ero fortunata, dopotutto. Alcuni di quelli che mi avevano seguito, che erano caduti vicino alla polizia, venivano arrestati. Essere russi era divenuto un reato. Non sono mai stati ritrovati. Io no, io ero fortunato. Sentivo l’odore della legna bruciata, sentivo le grida, sentivo i pianti. Ma sentire queste cose orribili significava essere vivi. Ed essere vivi è la cosa più bella del mondo. Anche con una gamba rotta. Ho aperto gli occhi. Sopra di me c’era un ragazzino. Capelli platino sotto un passamontagna alzato.

Perché nascondersi? La polizia arrestava noi colombe russe, non i falchi ucraini. La faccia sporca di fuliggine. Stanco? No. A vent’anni non si è masi stanchi. Sconvolto? Nemmeno. Freddo. Gli occhi – che banalità si pensano sotto i cieli grigi di un primo pomeriggio di primavera – due schegge di ghiaccio. Alza pigramente una gamba. Cala uno scarpone militare sulla mia gamba rotta. Davanti a me esplodono le stelle. Un colpo secco della mazza da baseball. Ed è tutto finito.

Anzi no, non è finita. Il tempo è strano mentre si è morti. Ho fatto in tempo a sentire le calunnie.

Avremmo appiccato noi l’incendio. Cento Jan Palach per macchiare l’onore di mille nazisti ucraini. Mi stavo svegliando, il risveglio torpido dei gatti domestici. Ma tra il sogno e la veglia ho capito una cosa e la voglio trasmettere a voi. Non ci sono mai solo un nazista con la mazza da baseball e un patriota a terra. C’è sempre una terza figura.

È lo spettatore. Che può, se dotato di coraggio e purezza, divenire un testimone. Questo ci ha chiesto Giulietto per cinque anni dopo quei fatti. Essere testimoni di una verità negata, rovesciata. Riscritta per l’Imperatore a stelle e strisce. Noi sappiamo cos’è successo in quel mezzogiorno grigio a Odessa. E dobbiamo raccontarlo. Per lui, per quel ragazzo senza nome che è volato verso la libertà. Per le donne uccise in quell’ombra e tra quelle fiamme. E per la salvezza della nostra coscienza di Cacciatori di Verità.

L’onore degli ultimi ribelli. L’angolo di Sasha.

L’onore degli ultimi ribelli. L’angolo di Sasha.

Il ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, in risposta alle recenti accuse alla Russia risponde: “L’aspetto positivo è che a quanto pare, per ora, non abbiamo assassinato l’arciduca Ferdinando, ma vedrete che ci arriveremo”. Ora, io sono un gatto. E i gatti non ridono. La scienza dice che non ne siamo capaci. La scienza, come spesso accade, sbaglia. Ne siamo capacissimi, ma è al di sotto della nostra dignità farlo. Quindi evitiamo. Ma se non avessi questa dignità di specie, avrei riso molto. E poi, come spesso accade dopo ogni risata, avrei riflettuto.

Questa frase ve l’ha raccontata la mia padrona nell’introduzione al TgSole24 di mercoledì. Ma se non lo avesse fatto lei, dove la avreste sentita? È una domanda importante, dopo questi giorni di celebrazione dell’eredità di Giulietto. Che, non lo dimentichi nessuno, era ed è un esempio di vita e di valori con in testa l’etica e la lealtà. E partiva da una grande premessa: nulla di quanto ci accade attorno a noi può essere interamente compreso senza guardare alla situazione geopolitica. Ecco perché non ci fidiamo dei media mainstream: in redazione nessuno mai si distrae guardando fuori dalla finestra. Questa è la nostra missione. E dove abbiamo deciso di portarla avanti?

Nell’ombra dei tribunali invisibili, come li chiamava Giulietto. Perché? Perché l’obiettivo è portare le notizie all’élite delle masse dormienti. Raccontarci tra noi che Putin ha ragione è inutile: lo sappiamo già. Chiuderci a riccio e darci pacche sulle spalle può farci sentire meglio, ma senza raccogliere la sfida dei padroni universali a che serve? Chiuderci in un ghetto da soli, tutti nello stesso punto in maniera da fungere meglio da bersaglio non era il sogno di unità che coltivava Giulietto e che noi portiamo avanti. Per questo siamo ancora qui, per lottare nella trincea. Tra parole proibite, censure draconiane emesse da algoritmi ciechi istruiti da servi sciocchi di poteri crudeli. Chi ce lo fa fare? Voi, cari amici, voi. A cui, nelle tenebre attuali vogliamo portare ogni tanto anche parole ironiche, di speranza, ma sempre e soprattutto di Verità.

Questo è l’onore degli ultimi ribelli. Il 26 aprile, come ogni altro giorno dell’anno. Resistere in nome della libertà combattendo il nemico a casa sua, prima che invada casa nostra. E se pensate che altri lidi siano più sicuri, vorrei ricordarvi che, per far posto, tra le altre cose, al 5G, 30 milioni di Italiani stanno per perdere l’accesso al digitale terrestre. Credete che l’etere, proprietà di chi inquina i cieli con le note onde maligne, sia libero? Ovviamente non lo è, è il posto più facile dove colpirti. Perché persa una casa là, ricostruirla è infinitamente più difficile che su internet. Persino YouTube ti fa ricominciare daccapo in maniera più semplice.

Ecco, quindi, da dove nasce la nostra scelta di continuare la lotta, sempre più soli e sempre più esposti. L’élite del pensiero può cadere, può essere tacitata, ma non si arrende. Mai. E lo vogliamo urlare ai cieli indifferenti, ai giudici invisibili e ottusi e a tutti gli sconfitti e gli scoraggiati.

Siamo gli ultimi ribelli, ma siamo qui e non ce ne andremo.

Non lasceremo a nessuno la soddisfazione di un regno artificiale e calmo. Non cederemo la Verità in cambio di una effimera libertà. Perché non esiste vera Libertà senza Verità. Né oggi né mai, né qui né altrove, né in alcun modo né con alcuno escamotage (per ora invisibile ai più).

#IOAPRO

#IOAPRO
‘Danser Encore’ sta riunendo sempre più persone in Francia. Non si tratta né di negazionisti né di pericolosi teppisti, ma di semplici cittadini che cercano nella musica un aiuto per uscire dalla follia del distanziamento sociale divenuto imposizione di una nuova regola di vita seppure anti umana. I francesi cantano “vogliamo continuare a ballare senza farci impressionare dai venditori di paura. Impariamo a tenerli a distanza per la nostra salute mentale. I nostri sorrisi e la nostra intelligenza facciano resistenza per non essere strumenti della loro idiozia. Perchè la paura impedisce di morire ma anche di vivere”.
Così cantano i francesi nelle strade mentre a Roma divampa la protesta, prima degli operatori sanitari costretti all’obbligo vaccinale nonostante la tutela costituzionale, poi dei ristoratori, uniti nel movimento ‘Io apro’. Una Roma blindata come in stato di guerra accoglie i piccoli imprenditori che gridano “libertà, libertà” tra le macerie del settore turistico in una città eterna che presto sarà svenduta al miglior offerente, meglio se con gli occhi a mandorla. I ristoratori avevano chiesto l’autorizzazione a manifestare ma è stata negata dal ministero degli Interni; così è scoppiata la rabbia repressa in 14 mesi di chiusura obbligata senza che nessuno al governo abbia mai cercato alcun dialogo. I soliti infiltrati si sono gettati tra la folla perchè agli occhi della stampa mainstream la manifestazione fosse da denigrare, ma nessun italiano che ama la sua patria potrà dimenticare né i morti né l’assenza di politica, né l’assoluta incompetenza e impreparazione di questo ultimo anno.
Un’altra idea di società è da sviluppare ma anche una nuova politica insieme a una nuova classe dirigente, questa volta preparata e meno disposta a incollarsi alla poltrona per il mutuo della casa, o addirittura a fare della Farnesina una succursale del Consiglio Altlantico, senza nessuna dignità.
Nel frattempo, nelle stesse ore, l’esercito ucraino ha aperto il fuoco sulla periferia occidentale di Donetsk con i lanciagranate portati dagli aerei statunitensi atterrati nei giorni scorsi a Kiev. Chissà che a Di Maio, di stanza a Washington in questi giorni, qualcuno non chieda anche la pelle dei nostri militari nel Donbass perchè la risposta sarebbe certa. Meno certa invece la garanzia dell’invio del gas e del petrolio statunitensi per scaldarci, quando i russi ci diranno “per voi, una volta amici, neanche troppo distanti geograficamente, non ce n’è più”. Venerdì scorso i militari ucraini hanno usato per la prima volta nel Donbass i droni turchi Bayraktar. Altre stragi ci attendono, come nel 2014, quando le case vennero bombardate una a una, e poco importa se dentro c’erano bambini. Zelensky infatti è volato a Istanbul a discutere con Erdogan l’acquisto di nuovi droni.
“Ci vengono poste domande su cosa fa la Federazione Russa al confine con l’Ucraina”, dice Sergeij Lavrov, ministro degli Esteri russo. “La risposta è molto semplice: viviamo lì, questo è il nostro paese. Ma cosa fanno gli Stati Uniti con le loro navi, i militari che organizzano in continuazione varie attività con la collaborazione della NATO in Ucraina, a migliaia di chilometri dal proprio territorio, questa domanda rimane senza risposta”.
Noi de La Casa Del Sole TV cerchiamo di fornirvi la risposta attraverso l’informazione, censura permettendo. Una nuova prospettiva di vita è ancora possibile: insieme facciamo nascere e sviluppare le idee per una nuova Italia, più coraggiosa, più saggia e più libera.

La piana di Armagheddon si trova in Crimea. L’angolo di Sasha.

La piana di Armagheddon si trova in Crimea. L’angolo di Sasha.

Quando sei una gatta che vive in un contesto di geopolitica impari alcune importanti lezioni. La prima è che chiunque abbia provato a invadere la Russia negli ultimi tre secoli ha perso. La seconda è che questo non ha mai trattenuto nessuno dal provarci. Questo è il senso delle ultime due settimane in Ucraina. La tensione è salita lentamente, ma inesorabilmente. Il copione è il solito: provocazione dopo provocazione, fino a quando le cose diventano irreparabili. E poi gli americani fanno retromarcia e lasciano il popolo ucraino a vivere nelle macerie.

A inizio marzo riprende l’offensiva Ucraina contro la libera repubblica di Donetsk. La novità è che stavolta il supporto americano è presente e documentato: aerei da trasporto USA sbarcano materiale militare a Kiev. Si tratta di missili anticarro Javelin. Il tutto mentre, con coerenza ormai nota, gli Stati Uniti stanno denunciando la solita fantomatica invasione russa nell’Ucraina.

Ricordo che pochi giorni prima uno spostamento interno di soldati russi con annessa esercitazione aveva scatenato la stampa internazionale.

E medito sul fatto che la Russia rispetta gli accordi internazionali, ma non è passiva. Secondo la Tass, l’agenzia stampa più importante russa, nel solo mese di marzo sono stati dislocati nel settore sud del territorio della Federazione cento sistemi di lancio multiplo di missili Tornado-G e mezzi corazzati di trasporto BTR-82A. Nel corso dell’anno i nuovi sistemi d’arma arriveranno a 1.600. Questo dovrebbe spiegare che non conviene spingere più tanto sull’acceleratore.

Nonostante questo, ieri un C 135 americano ha passato il giorno a volare vicino al confine della zona di guerra. È evidente che ci si aspettano altri incidenti. E che la prudenza, così necessaria oggi, non goda di grande popolarità a Washington.

Ne è prova la notizia, sempre di ieri, riportata dalla Tass, della proposta di entrata dell’Ucraina nella NATO. Lo ribadisce, certamente a comando, Zelensky, presidente ucraino. Questo ovviamente non può che esacerbare le già tese relazioni diplomatiche. Che poi, parlare di relazioni diplomatiche è una banalità. Non esistono più rapporti diplomatici tradizionali. Il ritiro dell’ambasciatore russo da Washington è stato il primo passo. La farsa Italiana, con il teatrino indegno che è seguito è stato il secondo atto. Il terzo atto, però, rischia di passare dalla commedia alla tragedia.

Questa estate, infatti, sono previste esercitazioni congiunte ucraino-britanniche, che coinvolgeranno militari NATO. Lo riporta la Reuters. È chiaro che il gioco al massacro è iniziato e stavolta in Ucraina si chiuderà un capitolo. Come, non possiamo saperlo. Possiamo però cerchiare in rosso una data sul calendario: il 21 aprile Putin terrà un discorso alla nazione. I contenuti sono ignoti, ma sarà un discorso ampio e abbraccerà i principali punti per il futuro. Tra cui è difficile manchi la situazione Ucraina.

In definitiva, a fine marzo sono saltati gli accordi di cessate il fuoco, c’è stata una escalation, il piano di far iniziare una guerra di larga scala è fallito, ma le provocazioni alla Russia continuano. Come già detto, alcuni umani non imparano mai le lezioni della storia.

Fa molto freddo persino a Suez. L’angolo di Sasha.

Se l’obiettivo dell’Egemonia Americana era unire il mondo, pare ci stiano riuscendo.

Certo, lo stanno unendo contro l’Occidente. Ma l’unione è pur sempre l’unione, così come l’ironia è pur sempre il regno di noi gatti. E io mi sento più che a mio agio, mentre tutto il mondo risponde ai sussulti scoordinati di Nonno Joe. Quello che mi rattrista è che l’Unione Europea, in ritardo su tutto, a partire dalla Storia, quella con la maiuscola, corra dietro scodinzolando. Non si fa. Non è una cosa da felini. A Bruxelles non lo sanno e così credono che Washington potrà fare a Pechino ciò che fece a Mosca con Boris Nikolaevič El’cin.

Come racconta bene l’economista Michael Hudson, la tattica era quella di prendere le ricchezze della nazione, ferrovie, industrie pubbliche, asset strategici e darle in mano a pochi individui. Che poi potevano essere facilmente comprati. Solo che in Cina i Draghi sono esseri sacri e non banchieri di provincia, quindi niente. E, resisi conto di non poter battere Xi Jinping con il commercio o la diplomazia, l’unica opzione rimasta era quella militare. Siccome lo sanno tutti, questa settimana sono andati in scena tre atti importanti.

  1. L’accordo tra i ministri degli esteri Lavrov e Wang Yi, in rappresentanza tra Russia e Cina, che mette le basi per una alleanza di lungo periodo. Ha dichiarato Lavrov: “Questo è un accordo storico, senza dubbio, che ha instradato giuridicamente e  politicamente Russia e Cina verso la  fondazione di un’alleanza strategica e inclusiva che lavorerà in modo coordinato verso il nuovo mondo in divenire.

    Nuove potenze finanziarie e politiche crescono mentre l’Occidente, disgraziatamente guidato dagli Stati Uniti, cerca di impedire lo sviluppo di un nuovo mondo democratico e multipolare per mantenere a ogni costo la sua posizione di dominio politico ed economico, continuando a imporre la sua volontà e le sue pretese sugli altri Paesi. In risposta a tutto ciò, insieme alla Cina, stiamo promuovendo un’agenda unificata e costruttiva, con l’intento di costruire  una struttura internazionale basata sulla cooperazione estensiva e sulla collaborazione tra Paesi, con lo  scopo di ottenere stabilità e democrazia e vincere sulla paura.”

  2. Lo storico accordo tra Wang Yi e il ministro degli esteri Iraniano Mohammad Javad Zarig, di durata ventincinquennale, che segna un passo avanti storico nelle relazioni tra i due paesi. Questo accordo giunge dopo la risposta dura degli Iraniani agli USA che li supplicavano di tornare nell’accordo nucleare. Accordo da cui era unilaterlamente uscita Washington, imponendo sanzioni unilaterali prima, e uccidendo un alto funzionario Iraniano dopo. Questa linea diplomatica rafforza la presenza di Pechino e fonde l’ombra Cinese, Russa ed Iraniana sul medioriente, con epicentro in Siria. Terreno su cui puntare lo sguardo per la risposta militare USA.

  3. Damasco è, peraltro, geograficamente molto vicina a Suez. Dove, un misterioso incidente, ha tagliato a metà il mondo. E ha improvvisamente alzato le quotazioni della rotta artica, per fare arrivare le merci che oggi arrivano da Sud, da Nord. Alzando il valore della collaborazione Sino-Russa e tagliando ancora più fuori la nato ed i suoi amici (tra cui l’Egitto ed Israele) dal grande traffico marittimo.

È chiaro chi vince e chi perde questa settimana.

Gli USA sono sempre più soli, l’UE è sempre meno protagonista e il blocco economico emergente, come ben detto da Lavrov, è in crescita. In questa situazione di cambiamento pressoché inevitabile si annidano, però, i pericoli maggiori. Gli USA non sanno perdere. E non si lasceranno superare senza tentare di esportare un po’ di democrazia all’estero. Prepariamo gli elmetti, ci attendono tempi interessanti.

Anche io sto con Putin. L’angolo di Sasha

Se Putin deve essere messo in un angolo, come dicono Europa e Usa, allora lo mettano nel mio angolo. Io con lui ci starei benissimo. In questo gioco infantile e pericolosissimo in cui si deve individuare un nemico esterno per far ignorare i disastri interni, temo ci siano due grossi errori di calcolo. Il primo è credere che la pazienza dell’orso sia infinita. Gli orsi hanno una cosa in comune coi gatti, dormono molto. Ma, esattamente come i gatti, non dormono mai del tutto. Ecco perché siamo sopravvissuti milioni di anni. Se finora alle provocazioni il Presidente Putin non ha risposto con tutta la forza che avrebbe potuto usare non è perché gliene manchino le forze. Anzi.

La Russia è un molla. Comprimerla, opprimerla è un ottimo modo per trasformare un oggetto inerte in qualcosa da potenziale esplosivo. Pronto a liberare tutta la forza immagazinata in una frazione di secondo. Con effetti devastanti. Il secondo errore di calcolo è credere che l’America possa permettersi un secondo fronte, oltre a quello Cinese. Se Trump veniva considerato pazzo per le provocazioni a Pechino, cosa dovremmo dire di Biden? Lui non ha solo proseguito, ha raddoppiato. I tentativi di distensione con l’Iran sono andati a vuoto. Il teatro Siriano rivede i carri armati americani. Dove pensa Nonno Joe di trovare la forza per battere i Russi, popolo tenace e poco incline alla resa?

Queste domande non le sentirete mai sui media mainstream. La loro unica preoccupazione è non disturbare il manovratore, magari con la malaugarata idea di svegliare i passeggeri. E se non sentite le domande giuste come potete pretendere che le analisi siano accurate? Di fatti non lo sono. La geopolitica è merce rara nel nostro paese, per questo da queste parti ce ne interessiamo molto. Credete che la battaglia dei vaccini si decida a Roma o a Milano? Ovviamente no. Se non abbiamo ancora il vaccino Sputnik V non è questione di “sicurezza”. Guardate quello che succede con AstraZeneca. Vi pare interessi a qualcuno la vostra sicurezza? Andiamo, non siate ingenui.

Siamo su una scacchiera internazionale. O capiamo le regole, o verremo mangiati. E se oggi, come dicono i media mainstream, Putin è nell’angolo dovremmo fare di tutto perché quell’angolo diventi anche il nostro angolo. E io, come gatta, che non devo chiedere a nessuno per prendere quello che voglio, l’ho già fatto.

L’ultimo scontro per il controllo planetario

L’ultimo scontro per il controllo planetario

di Margherita Furlan

Google e Facebook nel 2019 chiesero all’amministrazione Trump l’autorizzazione alla posa di un cavo sottomarino di 13mila chilometri che doveva collegare la costa californiana (Silicon Valley, non per caso) con Hong Kong (neanche qui c’entra il caso). Il progetto era decisivo per la nuova corsa all’oro del XXI-esimo secolo. L’informazione è bene immateriale per definizione ma la sua gestione porta con sé il controllo, la vendita, la distribuzione di dati che, in pratica, riguardano ogni “oggetto” dell’agire umano, individuale e collettivo, e – non c’è da stupirsene – ogni essere umano, che diventa a sua volta, un insieme di bytes, inclusi i suoi pensieri e i suoi desideri.

Una sola parola funge da denominatore comune di tutto ciò: controllo. Ed è grazie a questa parola magica che la tentazione di guadagni smisurati era ed è turbinante e irrefrenabile. Ma per raccogliere gli utili occorreva – ai tempi della richiesta della posa del cavo sottomarino – letteralmente sfondare tutto. La globalizzazione tecnologica poteva ormai abbattere interi Stati, cancellare intere comunità di uomini e storie di civiltà oramai obsolete. Ci voleva dunque un nuovo potere per stabilire un nuovo ordine. E un nuovo potere implicava la liquidazione delle vecchie élites politiche, mentre tutto sarebbe franato.

Come ottenere un nuovo potere e un nuovo controllo? Anche attraverso un internet concorrente delle dimensioni richieste da Google e da Facebook, che “ragionano” non come Stati Uniti, ma come entità sovranazionali che fanno anche una propria politica estera. Google e Facebook non sono soltanto delle compagnie private: sono colossi così imponenti che possono ormai competere con quasi tutti gli Stati del mondo e ricattarli, sottometterli, fino a batterli. Sono tra gli attori principali e, come tali, prendono decisioni politiche.

Anzi, dirigono l’orchestra, ora che Donald Trump non c’è più. Con Joe Biden non c’è più bisogno della posa del cavo che unisce la Silicon Valley ad Hong Kong: Facebook e Google vi hanno rinunciato. Perché sono riusciti a ottenere un grande rimescolamento delle élite mondiali, di quelli che Paul Krugman chiamò i “master of the universe”.

La Silicon Valley e i suoi prodotti, come Google, Facebook, Twitter, sono alleati del Partito Democratico, quello di Biden (e dei Clinton come degli Obama). E hanno deciso che è arrivato il momento decisivo, quello della guerra. Qualcosa, dopo gli straordinari eventi del 2020, non ha ancora girato nel verso giusto nella roulette dell’operazione di trasporto del capitalismo inclusivo in Russia e in Cina. E così Biden ai microfoni della Fox News, alla domanda dell’intervistatore, evidentemente concordata, dice “sì”, Vladimir Putin è un “killer”, concretizzando uno dei momenti più bassi della storia della diplomazia mondiale. Per ora da Mosca arriva la reazione del presidente della Duma, Vjačeslav Volodin, secondo cui Biden avrebbe “offeso i cittadini della Federazione Russa, in un clima d’isteria causato dall’impotenza. Putin è il nostro presidente e gli attacchi contro di lui sono attacchi contro il nostro Paese”, precisa il presidente della camera bassa russa.

Oggi si può dare definitivamente inizio all’ultima fase del grande reset; ora, proprio quando il nuovo Impero, guidato dai trilioni dei Rothschild, dal peso di Israele, dagli amici di Wall Street e della City of London, sta alzando la testa su di noi ed è pronto a liberarsi degli interlocutori ritenuti finora sgradevoli, quelli non allineati. La Russia è oggi l’unico Paese al mondo che può fermare la terza guerra mondiale, ma non potrà frenare la Cina. Non tutta.

Cinquanta sfumature di fallimento “pandemico”

pandemico
Cinquanta sfumature di fallimento “pandemico”

La notizia non è la candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del PD. La notizia è che a maggio non si voterà. Ci vediamo in ottobre. Anche questo è stato previsto, forse. Ma nessuno muove un dito. Le nostre libertà vengono sacrificate sempre più rapidamente e radicalmente. E siccome i malati aumentano (lo dice la tv!), allora tutto è concesso, ma solo a quella che ufficialmente si chiama ancora “classe dirigente”.

C’è qualcosa di follemente cinico nell’idea che non si debba disturbare il conducente che sta correndo verso il burrone, con una risata maniacale. Eppure questa è la teoria mainstream. Gli stessi che, nei Vestiti Nuovi dell’Imperatore (Lucertola), pur di non riconoscere la nudità del sovrano finiscono per reggere uno strascico inesistente.

“Tutto ciò è pazzesco – scrive Clirim Muca in 2084, romanzo rivelazione scritto nel 2019 – va oltre la fisiologia umana, oltre la scienza medica!”

“Sciocco di un italiano! Tu non sai… Gli unici che conoscono il segreto sono quei signori che non parlano con i miserabili come te…”, chiosa Muca, che solo due anni fa non poteva immaginare che la formattazione dell’uomo sarebbe avvenuta, a così poca distanza, non più solo con un click, ma con un vaccino salvatore e con un casco pseudo grillino che, insieme, mettono definitivamente la parola fine a ogni tipo di risata, non più solo a quella maniacale.

“Restiamo robotici”, le emozioni sono troppo difficili da gestire, un po’ come la politica. È venuto il momento di anestetizzare l’ambiente.

Qualcuno sogna i colonnelli?

colonnelli
Qualcuno sogna i colonnelli?

Non è tanto questione di sciabole che tintinnano, ma nello sbandamento generale affidarsi all’esercito appare una soluzione discutibile. Il piano simbolico non può essere taciuto. Soprattutto quando Draghi nomina a capo di una struttura in grado di passare sopra le Regioni un generale. Siamo in stato di eccezione pressoché permanente, questo sarebbe il momento di procedere con delicatezza. Non di far sferragliare i cingoli. Nulla contro il generale Figliuolo, almeno per ora. È che, quando ci fosse da obiettare, potrebbe essere troppo tardi.

Draghi ha esibito, finora, due tratti importanti nella sua azione di governo. Una certa disinvoltura nei rapporti con la democrazia, a partire dalle nomine nel governo. E una fiera resistenza all’idea di spiegare le proprie mosse al volgo. Ecco, la combinazione di questi tratti con lo stato di emergenza e la nomina di un militare non è proprio il massimo. E qualcuno lo deve dire. E non sarà certo la Meloni a farlo. Il Fatto titola con uno sbarazzino “Sturmtruppen”. Purtroppo, ahimè, non c’è proprio nulla da ridere.

L’operazione vaccinale è vissuta con insofferenza da una parte crescente della popolazione. È inutile nascondercelo. Farselo inoculare da un militare con dietro l’esercito è proprio quello che serve per rompere l’ultimo tenue legame di fiducia con la gente. E se la logistica è importante, la domanda è: era proprio l’unico su piazza? Il migliore in assoluto? Dopo le primule non fatico a pensare possa essere meglio di Arcuri, ma di civile non ci era rimasto nessuno? Sono domande scomode, ma qualcuno, in questo benedetto paese, deve pur farle.