Mojahedin-e Khalq (MEK): dietro alla richiesta del rispetto dei diritti umani in Iran c’è dell’altro

Ad Ashraf-3 – così si chiama il nuovo Quartier Generale della Resistenza Iraniana, in Albania – il Consigliere per la Sicurezza informatica della Casa Bianca, Rudy Giuliani, ha sostenuto il MEK come “valida alternativa al regime del terrore che da 40 anni opprime l’Iran” e ha definito Maryam Tajavi “l’unica vera rappresentante del popolo iraniano”.  

A circa 50 chilometri da Tirana, Ashraf-3 assomiglia a una piccola città pesantemente sorvegliata, con parchi, sale conferenze, ristoranti e piscine. E’ “il nuovo epicentro della resistenza iraniana, che mostra la sua potenza mentre il mondo perde la pazienza con l’Iran”, commenta Ali Safavi, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI). Alla conferenza, intitolata “120 anni di lotta del popolo iraniano per la libertà”, tenutasi il 12 e 13 luglio, hanno partecipato migliaia di membri del MEK e circa 300 politici provenienti da tutto il mondo. Tra gli altri, Ingrid Betancourt, ex senatore colombiano e candidato alla presidenza, Michèle Alliot-Marie, ex ministro francese, definita da Forbes nel 2006 la cinquantasettesima dona più potente al mondo, Joe Lieberman, ex senatore degli Stati Uniti e primo ebreo americano candidato alla vicepresidenza, l’ex segretario energetico del presidente Clinton, Bill Richardson, Matthew Offord, conservatore membro del Parlamento del Regno Unito, Sid Ahmed Ghozali, ex primo ministro algerino, l’ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper. L’Italia è stata rappresentata da Roberto Rampi, senatore del PD, Giuseppina Occhionero, deputata eletta nelle fila di LEU, Antonio Tasso, deputato del M5S. Obiettivo esplicito dell’assemblea: chiedere alla comunità internazionale di porre fine alla politica di pacificazione con l’Iran.

I Mojahedin-e Khalq (MEK) infatti sostengono di avere l’appoggio della maggioranza degli iraniani ma questa volta è l’American Herald Tribune a smentire l’organizzazione. Secondo un sondaggio commissionato nel 2018 dalla Public Affairs Alliance of Iranian Americans (PAIA) solo il 6% degli iraniani residenti negli Stati Uniti sostiene il MEK come un’alternativa legittima all’attuale governo in Iran. Il dato rispecchia l’analisi dell’anno precedente, che riferisce di un debole 7% in merito alle simpatie per Maryam Rajavi, leader del MEK.

Come già scritto in precedenza, i Mujaheddin e-Khalq nacquero nel 1963, in Iran, con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e come acerrimi avversari del regime dello Shah. Nel 1979 il Mek partecipò alla rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia che lo caratterizzava all’epoca era un singolare incrocio di marxismo, femminismo e islamismo. Come tale del tutto incompatibile con quella degli ayatollah sciiti. Così il Mek fu costretto a disperdersi, mentre il suo quartier generale si trasferì a Parigi nel 1981. In questo lasso di tempo il MEK “cambiò pelle”, oltre che ideologi e finanziatori e, cinque anni dopo, riapparve in Iraq, precisamente a Camp Ashraf, a nord di Baghdad. Lì si distinse come formazione armata autonoma — alcune migliaia di combattenti bene addestrati, con le famiglie al seguito — che supportò Saddam Hussein contro l’Iran e apparve attivamente in numerosi episodi della repressione dei curdi iracheni. Il MEK sopravvisse stranamente alla caduta di Saddam Hussein e, nel 2003, venne trasferito, dagli americani vincitori, letteralmente “armi e bagagli”, in un altro grande accampamento militare che prenderà, non a caso, il nome di Camp Liberty. Da quell’avamposto si diramarano numerosi attentati terroristici e azioni di diversione e boicottaggio contro l’Iran. Formalmente “disarmato” dall’esercito statunitense, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, il MEK continuò a svolgere un’intensa azione bellica e propagandistica contro Teheran. Sempre sotto la guida del Quartier Generale di Parigi e sempre lasciato libero di agire dai servizi segreti americani, israeliani, francesi. L’ambiguità della sua collocazione non gl’impedisce — anzi lo aiuta — d’incassare il supporto più o meno esplicito di esponenti politici occidentali, come l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e John Bolton, ex rappresentante USA alle Nazioni Unite e attuale Consigliere per la Sicurezza nazionale. Perfino l’ex commissaria europea Emma Bonino si affaccia ad alcune delle iniziative “umanitarie” del MEK. Nel New York Timesnel 2012 apparì un elenco di sostenitori, tra cui diversi esponenti del Congresso americano, ma anche R. James Woolsey e Porter J. Goss, ex direttori della Cia, Louis J. Freeh, ex direttore dell’Fbi, Tom Ridge, ex segretario della Homeland Security sotto la presidenza George W. Bush, l’ex procuratore generale Michael B. Mukasey e l’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale ai tempi di Obama, il generale James L. Jones.

Tuttavia, già nel 1994, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sottolineava come il MEK non potesse candidarsi alla guida alla Repubblica Islamica: “Evitata dalla maggior parte degli iraniani e fondamentalmente antidemocratica, l’organizzazione dei Mojahedin-e Khalq non è un’alternativa praticabile all’attuale governo iraniano”. Ancora prima, nel 1992, l’allora Segretario di Stato aggiunto, Robert Pelletreau, scriveva: “L’Organizzazione del Mojahedin-e Khalq non rappresenta una forza politica significativa tra gli iraniani, in parte a causa dei suoi stretti legami con il governo iracheno”.

Gli Stati Uniti inserirono il MEK nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere nel 1997 per “uso occasionale di violenza terrorista”. Nel 2012, al culmine di una campagna di lobbying bipartisan, aggressiva e ben finanziata, l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, sdoganò il MEK, rimuovendolo dalla “black list”, nonostante l’organizzazione fosse considerata terrorista non solo da Iran e Iraq, ma anche da Unione europea, Gran Bretagna e Canada*. 

Nessun effetto sortì la lettera, pubblicata sul Financial Times nel 2011, di 37 esperti della Repubblica Islamica. Questi, sottolineando l’assenza di ”base politica e di vero sostegno” dell’organizzazione all’interno dell’Iran, mettevano in guardia il Dipartimento di Stato dall’escludere il MEK dalla black list. Tra i firmatari della lettera, Gary Sick, che prestò servizio nello staff del Consiglio di Sicurezza nazionale ai tempi dei presidenti Ford, Carter e Reagan, e che in tale occasione descrisse il sostegno del MEK in Iran “molto, molto limitato”. Mentre Michael Rubin, consulente per il Medio Oriente del Pentagono dal 2002 al 2004, scrisse nel The National Interest che “gran parte della popolazione iraniana, a prescindere dalla sua visione politica, condivide un profondo odio per il MEK”. Aggiunge John Limbert, ex vice Segretario di Stato per l’Iran, che la maggioranza del popolo iraniano “non si fa ingannare dalle pretese democratiche del MEK perché conosce la sua storia omicida”.

Mentre i politici occidentali, secondo quanto riportato da Politico, sarebbero molto sensibili al profumo del denaro che il MEK distribuirebbe lautamente (oltre 20,000 $ per presenziare a un evento), anche in Europa. Tanto che, seguendo la scia del dolce effluvio, El País avrebbe scoperto che il partito Vox sarebbe nato grazie ai finanziamenti del MEK, che tra il 2013 e il 2014 avrebbero sfiorato il milione di euro. 

Tuttavia, qualunque sia l’origine del denaro di cui sembra abbondare il MEK, ai vertici della politica internazionale forse non passa inosservato quanto sostenuto da Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council (NIAC): “A differenza di altri gruppi dell’opposizione iraniana, il MEK può organizzare operazioni militari. I suoi membri sono esperti in sabotaggi, omicidi e terrorismo. Queste non sono qualità che si prestano a qualsiasi progetto di “democratizzazione”, ma sono estremamente utili quando l’obiettivo strategico è provocare un cambio di regime (attraverso l’invasione o la destabilizzazione politica)”.

 

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