L’angolo di Sasha. L’orribile verità di Quirra.

L’angolo di Sasha. L’orribile verità di Quirra.

Quando vi dicono che in Europa viviamo da 76 anni in pace siete, ovviamente, autorizzati a ridergli in faccia. Io da gatta non posso farlo, quindi sbadiglio. Lo sbadiglio è l’equivalente felino della risata mista all’alzata di spalle e all’inarcamento del sopracciglio. L’unica cosa di fronte a cui non sbadiglio, però, è quando dicono che questa pace ce l’avrebbe portata la Nato. E non lo faccio perché esiste una località che si chiama Quirra. Di cui voi umani saprete tutto, noi gatti invece ne sappiamo molto poco. In parte perché, anche se ci graffiamo a vicenda, nessun gatto ha mai inventato un topicida. O un’arma nucleare. In parte perché, se anche l’avessimo mai inventata, non l’avremmo certo usata in casa nostra.

Invece questi 76 anni di fantomatica pace (chiedete a Sarajevo per maggiori dettagli) hanno avuto un prezzo, un prezzo che nel nome fa già capire tutto: servitù militari. I due terzi di quelle italiane si trovano in Sardegna. E sono giganteschi poligoni di tiro. La guerra ce la facciamo tra noi Occidentali, ma la definiamo un gioco. Quello che non è un gioco per niente è il tipo di armi utilizzato. Ovviamente non troverete da nessuna parte un elenco dettagliato e veritiero dei materiali impiegati e che voi, profumatamente, pagate con le tasse. Quello che però rischiate di trovare è un lungo elenco di vittime. “Ma come, si sparano davvero?” ho pensato io. No, no peggio mi ha spiegato la mia padrona. Che spesso, sconfortata dalla stupidità globale del mainstream parla con me, apprezzando la mia finissima dote di ascoltatrice. Li uccide il materiale con cui sono fatti i proiettili.

A fine maggio un giudice del lavoro di Pescara lo ha dovuto mettere nero su bianco. Un ragazzo è morto di un linfoma di Hodgkin per colpa dell’uranio impoverito respirato nei poligoni e in Kossovo. Tutto questo ha assunto un nome, attorno al quale si è sviluppata una inchiesta della magistratura. Sindrome di Quirra. Una serie di tumori, malformazioni (come il capretto nato con le orecchie al posto degli occhi) fetali e morti misteriose. Queste sono le vittime della guerra invisibile che i militari della Nato esercitano contro i civili e i soldati Italiani in Italia. D’altronde che altra definizione dare a quello che sta succedendo sotto i nostri occhi? Veleni sparsi per decenni con massima incuria e senza alcun controllo, nella speranza che uccidessero più nemici, civili e non, che amici? È guerra.

E l’unico correttivo ufficiale alla guerra, ce lo insegna la storia dal Vietnam in poi, è la libera informazione. La guerra in Vietnam non la fermò Nixon per buon cuore, l’hanno fermata i reporter che non hanno avuto paura di raccontare Saigon. Se il medioriente non è una gigantesca colonia Israelo-Americana è perché qualcuno non si è piegato alla narrativa ufficiale e ha raccontato la verità. Il problema di queste operazioni interne, di questi poligoni, di questi veleni non è chi li usa. Sono gli stessi criminali che lo fanno ovunque. È il silenzio omertoso della stampa. La complicità ormai evidente che distingue la stampa davvero libera dai servi di professione. E torniamo, quindi, al termine servitù militare. Dicevo prima che due terzi delle servitù sono in Sardegna. I servi, invece, sono equamente distribuiti ovunque.

Ma io sono una gatta, servire non so nemmeno cosa voglia dire. E spero che un po’ gatti siate anche voi. Non solo per la vostra dignità e la vostra vita. Ma anche per tutte le migliaia di morti innocenti di un nemico invisibile scatenato da un nemico visibilissimo: la Nato.

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