Gli interessi italiani nella diga piu grande d’Africa

Il caso degli impianti idroelettrici Gibe fornisce interessanti spunti di riflessione sullo stato allarmante della cooperazione italiana, sulla debolezza delle istituzioni europee, sul connubio di interessi tra Paesi dalla democrazia difettosa o poco trasparente (in Etiopia come in Italia), e solleva al tempo stesso molte domande sull’operato delle nostre aziende nei Paesi africani. Poco importano le forti limitazioni dei diritti civili imposte dai governi etiopi; intorno alla Salini e alla storia di Gibe e delle altre dighe africane si muove evidentemente, come in una sorta di scatole cinesi, un indotto di società italiane, e non solo, che si scambia contratti, consulenze, appalti, personale. La diga più grande d’Africa, Gibe III, è stata completata e il governo etiope ha iniziato a riempire il bacino della diga nel 2015, mettendo così fine alle esondazioni naturali del fiume Omo. Nello stesso anno non sono state rilasciate esondazioni artificiali, mentre quelle rilasciate nel 2016 sono state troppo ridotte per ridare un sostentamento seppure minimo alle coltivazioni delle tribù locali. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione di Salamago, il bacino artificiale creato dalla diga ha già aumentato l’incidenza di malattie nelle aree allagate a monte del fiume e con il completamento della costruzione della diga si comincia ad assistere a un’intensificazione della frequenza e della gravità di eventi climatici estremi. Minore disponibilità di acqua significa infatti non solo ridurre le aree coltivabili, ma anche variare l’ecosistema introducendo un lento quanto inesorabile processo di ritiro della foresta pluviale che rende, tra l’altro, le piogge meno abbondanti. Bibala, un membro della comunità Mursi, tristemente ci dice: “Abbiamo goduto di molta acqua alluvionale dal fiume Omo e ne siamo stati felici. Ora l’acqua è sparita e siamo tutti affamati. Dopo ci sarà solo morte”.

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