L’espansionismo d’Israele è nei numeri

Solo nell’ultimo anno 30mila nuovi immigrati sono sbarcati in Israele. Da Washington si vede bene come i cristiani evangelici, grandi elettori del presidente Donald Trump, finanzino ormai circa un terzo della migrazione attuale degli ebrei verso Israele che ha oramai l’urgenza d’impostare un’espansione territoriale che vada al di là dei territori occupati illegalmente, in primo luogo la Cisgiordania e le alture del Golan, in territorio siriano. È dunque probabile che i primi a farne le spese — dato che i confini di Giordania, Egitto, Arabia Saudita sono molto meno penetrabili, per ragioni politiche oltre che militari — potrebbero essere gli abitanti delle alture del Golan, già occupate, come s’è detto, ma non ancora colonizzate. Altri territori vicini potrebbero diventare oggetto di queste attenzioni. Ma anche il Libano è tra i candidati all’invasione.

L’espansionismo d’Israele è nei numeri

 

Il consumismo è rivoluzionario

Ikea prevede di tagliare 7.500 posti di lavoro entro il 2020. La riduzione corrisponde a quasi il 5% del personale della Ingka Holding, che controlla il colosso svedese con 367 negozi in 30 nazioni e 160mila addetti. Ciononostante, nei prossimi due anni, il colosso svedese intende creare 11.500 nuovi posti di lavoro grazie a circa 30 nuovi touchpoint Ikea nei centri delle grandi città e a investimenti nell’espansione dell’e-commerce.
Gli esercizi commerciali del colosso svedese nell’arco dell’ultimo anno hanno ricevuto 838 milioni di visite, il 3% in più rispetto al 2017, mentre il sito web di Ikea ha visto il suo pubblico aumentare del 10%, con 2,4 miliardi di accessi online. La crescita del volume di affari nell’esercizio 2018 del 2% rispetto all’anno precedente, pari a 34,8 miliardi di euro, è dunque in larga parte frutto del mercato digitale. Evidente quindi, per l’amministratore delegato, Jesper Brodin, che una ristrutturazione del gruppo sia necessaria in risposta alle nuove sfide del mercato e ai cambiamenti osservati negli stili di vita, per cui “meno persone” hanno un’auto e “sempre più persone si trasferiscono in piccoli spazi”. “Continuiamo a crescere con forza – ha commentato Brodin – ma al tempo stesso riconosciamo che il panorama del retail si sta trasformando a un ritmo che non avevamo mai visto prima. Abbiamo dunque bisogno di semplificare una struttura in parecchie parti della sua organizzazione presenta ridondanze e sovrapposizioni di ruoli”.
L’annuncio del marchio dell’arredamento leader nel mondo che tanto ha fatto soffrire il design made in Italy basato sul modello della piccola impresa, giunge proprio nella settimana del black friday, la giornata più attesa dagli appassionati di shopping on line durante la quale è possibile approfittare di sconti e offerte su prodotti di ogni tipo, dall’abbigliamento all’hi-tech per finire ai voli aerei.
Il black friday dal lontano 1932 negli Stati Uniti apre ufficialmente la corsa ai regali natalizi, tradizionalmente il venerdì successivo al giovedì durante il quale si celebra il “Thanksgiving Day”. Oggi, per evitare le interminabili code, i clienti Amazon Prime di tutto il mondo possono festeggiare il black friday comodamente dal divano del salotto di casa accedendo in rete alle offerte lampo 30 minuti prima di tutti gli altri, e beneficiando delle spedizioni illimitate in un giorno senza costi aggiuntivi su oltre un milione di articoli e di consegne in 2-3 giorni su altri milioni di prodotti.
Il capitalismo nella sua essenza è rivoluzionario, ce ne eravamo dimenticati.

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Cambiamenti d’umore in Europa

Mentre a Parigi i grandi d’Occidente e il presidente russo, Vladimir Putin, pur divisi da conclamate tensioni, celebravano la fine della prima guerra mondiale, domenica 11 novembre a Varsavia, prospera capitale della sesta economia dell’Unione europea, si commemorava il centesimo anniversario dall’indipendenza della Polonia da Austria-Ungheria, Prussia e Russia.
Di fatto però la festa si è trasformata in una giornata di forte tensione e strane anomalie. Lungo le strade di Varsavia, infatti, le più alte cariche dello Stato hanno sfilato a pochi metri di distanza da centinaia di bandiere di tre movimenti della destra radicale e neofascista, che dal 2010 marciano nel pieno centro di Varsavia in occasione dell’11 novembre.
Nata come forma di protesta e prova di forza da parte di poche migliaia di nazionalisti, organizzata da Movimento Nazionale (Rn), Campo Radicale Nazionale (Onr) e Gioventù di tutta la Polonia (Mw), dal 2015 in poi alla Marsz Niepodległości (Marcia dell’Indipendenza) la partecipazione è cresciuta e si è allargata fino a raggiungere, quest’anno, circa 200mila persone. Tra chi ha sfilato domenica scorsa, con bandiere di movimenti della destra radicale e croci uncinate, c’erano famiglie, giovani coppie, suore e persino operai dei cantieri navali di Danzica, oltre a esponenti di movimenti dell’estrema destra europea. Folta e visibile le rappresentanza italiana di Forza Nuova, dell’ungherese Jobbik e del Partito Popolare Nostra Slovacchia. Presenti anche movimenti neofascisti spagnoli, francesi e svedesi. La Curia polacca, invece, per la prima volta, si è rifiutata di aprire i tradizionali festeggiamenti con la rituale messa per la Patria davanti alla sede del Parlamento. Un diniego che però non ha scoraggiato la componente ultra cattolica dei manifestanti che, tra striscioni anti-abortisti, ha celebrato una preghiera conclusiva dal palco accanto allo stadio nazionale.
Invano la sindaca uscente di Varsavia, l’ex presidente della Banca centrale, Hanna Gronkiewicz-Waltz, aveva vietato la Marsz Niepodległości per motivi di ordine pubblico. Immediato è stato il ricorso degli organizzatori al tribunale distrettuale che, nel giro di 24 ore, ha ribaltato la decisione del primo cittadino autorizzando il corteo. Nel frattempo, però, era già intervenuto il governo, annunciando una manifestazione ufficiale “aperta a tutti i polacchi”, per sostituire quella bandita dal sindaco e con la presenza del presidente Duda e del premier Morawiecki.

Domenica 11 novembre, così, come in un’apparente stato confusionale, a Varsavia si è dapprima svolta la consueta commemorazione ufficiale in piazza Piłsudski, alla presenza anche del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Poco dopo, nel primo pomeriggio, lungo la centrale via Jerozolimskie, hanno invece sfilato due cortei, separati soltanto dalle barriere della linea tramviaria. Da un lato, vi erano circa 5mila persone che partecipavano alla manifestazione governativa, dall’altro 200mila uomini e donne con croci uncinate in bella vista. Una scena paradossale nella foschia di un pomeriggio varsaviano resa ancora più fitta dal fumo prodotto da centinaia di bengala da stadio, illegali ma tollerati. Mezzo milione i partecipanti ipotizzati dal parlamentare ed ex fondatore del Movimento Nazionale (Rn), Robert Winnicki, che ha definito la manifestazione come “la più grande in Polonia dal 1989”.
Il presidente Duda, parlando da un veicolo militare, ha sottolineato come “sotto la bandiera polacca c’è spazio per tutti”. Forse a causa dei bengala non si è accorto delle tante bandiere dell’Unione europea bruciate e distrutte, forse per sempre, tra gli striscioni che recitavano “Morte ai nemici della madrepatria”e “Via dall’Europa”. [qui le immagini] “Questa marcia si è svolta nonostante l’opposizione della sinistra, dei liberali e persino dei tentativi del centrodestra di appropriarsene”, ha dichiarato a fine manifestazione il leader del Campo Radicale Nazionale, Tomasz Dorosz. Mentre Robert Bąkiewicz, presidente del comitato organizzatore, ha paragonato l’evento a una “gigantesca messa papale”, sostenendo che“l’Europa ha bisogno di una Polonia cattolica e forte”.
Anche a Varsavia dunque s’intravede la rottura degli immobili e anchilosati equilibri europei, in bilico tra forze conservatrici e social democratiche, ambedue usurate dall’inesorabile burocrazia e dall’austerity strangolante. Il gruppo di Viségrad (di cui la Polonia fa parte insieme a Cechia, Slovacchia e Ungheria) è d’altronde forte di ampi consensi anche per il suo no ai migranti e per la sua solidissima crescita economica. A Viségrad guardano anche Bulgaria e Austria: insieme agli Stati Uniti, tutti questi Paesi si dichiarano oggi pronti a non firmare il ‘Global Compact for Migration’, patto proposto dall’Onu per gestire i flussi migratori.
Ma Bruxelles, impegnata a studiare l’avvio delle procedure d’infrazione sullo stato di diritto di Ungheria e Polonia, sornionamente non si accorge che, dopo la crisi greca e dopo la Brexit, cambiamenti d’umore soffiano sui popoli. Basterebbe alzare lo sguardo oltre le poltrone per osservare l’arrivo, da più parti, di forti turbolenze politiche che sembrano delineare una prossima sostanziale modificazione di tutti i rapporti politici del Parlamento europeo, sebbene in forme imprevedibili. All’orizzonte molte sono le cose che debbono ancora accadere, e probabilmente l’Italia non ne sarà esentata.

Prescrizione, parla Piercamillo Davigo: ”Il sistema Italia è un’anomalia”

È l’Italia l’anomalia”. Non usa mezzi termini Piercamillo Davigo – oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ieri ex pm di Mani Pulite oltre che ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – per descrivere la necessità di una riforma giudiziaria che preveda un uso diverso dell’istituto giuridico della prescrizione nelle aule dei nostri tribunali.
Le attuali norme sulla prescrizione rendono in gran parte inutili i procedimenti penali per i reati puniti con pene pari o inferiori a sei anni di reclusione, ovvero la stragrande maggioranza. Riteniamo necessario un intervento legislativo sulla durata e sulla sospensione della prescrizione, in modo da evitare l’effetto distorto di ‘amnistia permanente’ che tale istituto ha assunto nel corso degli anni a causa di un sistema processuale farraginoso e di difficile gestione“. In una nota ufficiale, Autonomia e Indipendenza, la corrente della magistratura condotta dal magistrato, la posizione di Piercamillo Davigo è chiara. “Ciò avviene quotidianamente a discapito del diritto delle vittime di reato e degli imputati a un giudizio definitivo in tempi ragionevoli“, conclude la nota, che chiede anche altri interventi “sui quali da tempo si discute senza arrivare mai a risultati concreti”, al fine di velocizzare i processi e “scoraggiare impugnazioni meramente dilatorie”.
Amnistia strisciante” definisce Davigo la prescrizione in Italia. “Bisogna farsi delle domande prima di sostenere che vengono lesi i diritti dei cittadini, sottolinea il magistrato intervistato da ‘Il Fatto Quotidiano’. Quando in Italia hanno introdotto il nuovo codice di procedura penale, ci hanno raccontato che avremmo avuto il processo all’americana. Ebbene, sostiene Davigo ai microfoni di Gianni Barbacetto, negli Stati Uniti la prescrizione si blocca con l’inizio del processo.” Mentre in Italia “abbiamo un sistema giudiziario in cui un imputato condannato in primo grado fa appello per avere ridotta la pena, ma sperando in realtà di non scontare alcuna pena, neppure ridotta, perché tanto arriverà la prescrizione. Negli Stati Uniti, prosegue Piercamillo Davigo, il 90 per cento degli imputati si dichiara colpevole, se lo è, perché ha interesse a limitare i danni”.
C’è però ancora un’altra questione che non viene affrontata, ricorda Davigo: “In Italia, chi fa appello può avere la pena cambiata solo in meglio. Questo, per esempio in Francia, non c’è. Infatti in Francia solo il 40 per cento delle sentenze di condanna a pena da eseguire viene appellato, mentre in Italia il 100 per cento: ti conviene e non rischi nulla”.
Nella convinzione che non ci siano mai state “riforme organiche in questo Paese” Davigo in queste ore suggerisce anche un percorso che passi per misure più mirate, indirizzate esclusivamente ai reati con sanzioni pari o al di sotto dei 6 anni. Oppure una proposta centrata sui dati dei reati che più si prescrivono in appello e Cassazione: tra questi, gli abusi edilizi, la ricettazione, i furti. “Tutti questi processi non li possiamo fare”.
Per quanto riguarda il blocco della prescrizione, si può scegliere tra il momento della richiesta del rinvio a giudizio, come propone il procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, o dopo l’avvenuto rinvio a giudizio, spiega Davigo, ma il vero problema è che “da noi la prescrizione non parte da quando il pm acquisisce la notizia di reato, ma da quando il fatto è avvenuto. Così le Procure della Repubblica scoprono molti casi che sono successi magari 4 o 5 anni prima, che si prescrivono in 7 anni e mezzo e con solo 2 anni e mezzo per fare le indagini e celebrare tre gradi di giudizio. Impossibile. Sarebbe lavoro inutile, così le Procure li lasciano prescrivere per dedicarsi a inchieste più utili. Poi c’è comunque un imbuto tra Procura e Tribunale: a Roma la Procura ha 60 mila processi pronti da mandare a giudizio, ma il Tribunale di Roma ne può accettare soltanto 12 mila l’anno.” Una soluzione, secondo il magistrato, è dunque “depenalizzare drasticamente il sistema giudiziario.
Ai critici che sostengono che la proposta del Guardasigilli Bonafede potrebbe allungare ancor di più la durata dei processi, Davigo risponde che è vero il contrario: “Se si taglia la prescrizione i processi si accorciano”. I processi in Italia durano tanto perché ce ne sono troppi. E una causa è che ci sono troppi appelli e ricorsi in Cassazione, fatti in attesa che arrivi la prescrizione. Altra causa è che alcuni comportamenti che ridurrebbero la durata dei dibattimenti non sono attuati, perché per gli imputati e loro avvocati, ricorda Davigo, è più conveniente puntare sulla prescrizione del reato”.

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El Chapo: un giurato si ritira e il processo slitta

Si apre, in una New York blindata, tra straordinarie misure di sicurezze, il processo contro “El Chapo”, al secolo Joaquin Guzman, il re dei narcotrafficanti, secondo – quanto a notorietà – forse solo a Pablo Escobar. Tutti i riflettori sono puntati sulla Corte federale di Brooklyn e lo stato di allerta è massimo. E da subito vanno in scena effetti speciali: la prima udienza è stata rinviata ancora prima d’iniziare, a causa di un problema che avrebbe coinvolto un membro della giuria. Secondo i media statunitensi, uno dei giurati si è ritirato poco prima dell’inizio del processo, ma il mistero sulle motivazioni permane.
Il giudice ha quindi dovuto rintracciare una sostituzione all’ultimo minuto.
Pochi giorni fa, prima che il processo iniziasse, uno dei giurati era stato escluso dallo stesso giudice. Il motivo sembra surreale: aveva chiesto all’imputato un autografo. Quando il magistrato Brian Cogan gli ha chiesto il perché lui ha risposto impassibile: “Sono un suo fan”.
E non è l’unico. Il narcotrafficante nello stato del Sinaloa, in Messico, è infatti idolatrato da parte della popolazione, che lo paragona a Robin Hood, grazie anche ad alcuni episodi che appaiono alla cronaca quantomeno romanzati. Uno tra tutti la sua ultima evasione, nel 2015, avvenuta attraverso un tunnel sotterraneo lungo circa un chilometro e mezzo, scavato da alcuni complici dall’esterno. In realtà anche grazie alla complicità di alcune delle guardie carcerarie.
I giurati dovranno ascoltare più di dodici testimoni ma la procura sta cercando di tenere nascoste le identità sia dei giurati che dei testimoni per evitare ritorsioni nei loro confronti o tentativi di corruzione: testimoniare contro El Chapo potrebbe essere molto pericoloso, come è alto anche il rischio che qualcuno vicino a Guzman offra loro del denaro per alleggerire la pena.
Durante l’udienza preliminare è stato anche vietato l’ingresso del pubblico in aula e in rappresentanza dei numerosi giornalisti assiepati davanti alla Corte, soltanto cinque di loro, estratti a sorte, verranno fatti entrare di volta in volta. Per limitare i problemi di sicurezza, El Chapo potrebbe trascorrere i giorni in cui si celebrano le udienze in un posto diverso dall’istituto di massima sicurezza di Manhattan dove è detenuto da quasi due anni. I suoi spostamenti verso la corte, infatti, necessitano della chiusura del ponte di Brooklyn, paralizzando di fatto una parte della città.
El Chapo, che oggi ha 61 anni, deve rispondere di 17 capi d’accusa, che vanno da numerosi omicidi di cui sarebbe direttamente responsabile al traffico di droga, dal possesso illegale di armi da fuoco al riciclaggio di denaro. Nel corso della sua carriera avrebbe smerciato ben 200 tonnellate di cocaina, diffusa tra Nord e Sudamerica e diversi paesi europei.
“Sono pronto a difendere il nostro cliente e non ho niente da dimostrare”, ha detto uno degli avvocati deEl Chapo. La strategia difensiva, evidenzia il quotidiano El Universal, è quella di collocare El Chapo in un rango inferiore nella linea di comando del Cartello di Sinaloa, la potente organizzazione criminale messicana e di ritrarlo come “una figura mitologica” usata dal governo messicano come “capro espiatorio” per alcuni gravi fatti di sangue della storia recente del paese.

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NATO – Russia: I preparativi dell’ultima guerra

Si chiama Trident Juncture, ha preso il via il 17 ottobre e si concluderà il 7 novembre prossimo. 31 i Paesi coinvolti (29 membri della NATO, più i partners Svezia e Finlandia) che, con 50mila soldati, 65 navi, 150 aerei e 10mila veicoli militari, si stanno addestrando tra la Norvegia centro-orientale, i Paesi del nord Atlantico e i Baltici. E’ la più grande esercitazione militare dai tempi della guerra fredda. Il suo fine è simulare l’invasione della Norvegia da parte russa. 

Rullo di tamburi dunque per l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica, cosiddetto “clausola di difesa collettiva”, in base al quale un “attacco armato” contro uno o più Paesi alleati va considerato alla stregua di un attacco verso tutti i Paesi membri che quindi possono, secondo il diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta dell’Onu, decidere le azioni necessarie per “ristabilire e mantenere la sicurezza”, compreso “l’uso delle forze armate”.

Attualmente in Norvegia sono di stanza 330 soldati statunitensi, ma per Oslo non sono sufficienti. Washington ne invierà quindi altri 370 entro l’anno prossimo, nel nord del Paese, a poche centinaia di chilometri dal confine con la Russia. D’altronde, la russofobia non è mai mancata in Norvegia, dove già negli anni ’70 e ’80 “i bambini sono cresciuti con le esercitazioni scolastiche in caso di attacco russo”, mentre ora sulla piattaforma televisiva Netflix spadroneggia la seconda serie di “Okkupert” (Occupata), produzione norvegese a puntate (la più costosa di sempre per il Paese scandinavo, costa 10 milioni di euro) firmata dallo scrittore Jo Nesbø. 

Dal Cremlino non tardano ad arrivare i primi preoccupati commenti. ”L’escalation militare della NATO presso i confini russi non è passata inosservata”, ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. “Lo scopo dell’esercitazione è in realtà simulare un’offensiva” ha aggiunto il ministro della Difesa russa, Sergej Shoigu. Di diverso avviso il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, e l’ammiraglio della Marina militare USA, James Foggo, che sono accorsi ad ammorbidire i toni: ”L’esercitazione, hanno dichiarato, serve a testare la prontezza di un alleato dell’Alleanza atlantica nel ripristinare la propria sovranità perduta in seguito a un’eventuale aggressione, non da parte di un Paese in particolare, ma da chiunque.”

Le preoccupazioni però riecheggiano in Europa, soprattutto dopo che il Presidente  americano, Donald Trump, ha annunciato il ritiro degli USA dal Trattato INF sui missili a medio raggio e ha chiesto un nuovo accordo sul disarmo che comprenda anche la Cina. Il capo della diplomazia tedesca, Heiko Maas, esprime rammarico per la decisione di Washington, che, avverte, “ha messo l’Europa di fronte a questioni difficili”. Non a caso, infatti, i missili contemplati dal Trattato vengono chiamati anche “eurostrategici”: il loro raggio d’azione limitato li rende utilizzabili soltanto da o verso l’Europa. 

I confini dell’arena sono già delineati dunque: i missili a medio raggio della Russia non raggiungeranno mai gli Stati Uniti, mentre quelli americani possono colpire la Russia soltanto se lanciati dal continente europeo. Non è un caso che gli USA abbiano trasferito, proprio in questi giorni, nella base aerea di Ramstein, in Germania, un centinaio di containers pieni di munizioni. Si tratta della più consistente spedizione di armamenti arrivata in Europa dal ’99, anno dei bombardamenti della NATO nella ex-Jugoslavia. “Queste sono munizioni reali per conseguire obiettivi concreti”, ha dichiarato il sergente capo dell’86esimo squadrone munizioni della base aerea di Ramstein, Arthur Myrick. 

“Gli Stati Uniti hanno recentemente dichiarato che la Russia si sta preparando alla guerra. Sì, la Russia si sta preparando alla guerra, lo confermo”, ha dichiarato Andrej Belousov. Consigliere economico del Presidente russo, Vladimir Putin, ma, ha aggiunto, “c’è una grande differenza tra Russia e Stati Uniti: noi ci prepariamo alla guerra, loro, invece, la preparano”.

Dopo il rullo di tamburi e prima che sia troppo tardi non resta dunque che alzare le antenne e ascoltare i riverberi dei preparativi alla guerra che si propagano nell’etere del Pianeta Terra.

NATO – Russia: I preparativi dell’ultima guerra

Orrore occidentale per i cani cinesi

 

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Nelle nostre “integerrime” televisioni fanno scandalo le immagini trasmesse ieri sera dalla trasmissione “Le Iene”.
Nella metropoli cinese di Yulin si celebra ogni anno, per il solstizio d’estate (21 giugno), il Dog Meat Festival. Secondo i dati dell’ufficio di Pechino della World animal protection “ogni anno in Cina vengono ancora macellati 25 milioni di cani”. A Yulin, in particolare, “vengono macellati e poi mangiati circa 10mila cani e gatti”. Nella credenza popolare cinese la carne di cane è considerata fonte di salute, fortuna e vigore sessuale. Non è dunque un caso che i cinesi consumino regolarmente carne di cane e gatto senza implicazioni emotive, semplicemente perché rientra nella loro tradizione culturale, tra l’altro, confermata dalla legge locale che non pone ostacoli.
A noi occidentali, invece, il solo pensiero fa venire i brividi, perché i cani e i gatti rappresentano ai nostri occhi amici inseparabili, compagni di viaggio straordinari, e rientrano, dunque, tra gli animali intoccabili. Perché troviamo agghiacciante mangiare un gatto mentre amiamo cucinarci per esempio il maiale, animale intelligente, affettuoso e sensibile quanto il cane? Semplice. Perché al cane o al gatto abbiamo permesso di entrare nelle nostre vite, di condividere con noi luoghi, spazi, emozioni, creando un sodalizio indissolubile. Diversamente, il nostro rapporto con gli altri animali, soprattutto quelli da reddito, inizia e termina con il loro sfruttamento: non sono soggetti ma semplici oggetti dai quali ricavare prodotti di varia natura. Per questa ragione proviamo orrore per la sagra del cane o del gatto, mentre non possiamo perderci la Sagra della porchetta di Ariccia, in quanto amanti del piatto (non del maiale).
E’ un dato di fatto che a fronte dell’indebolimento dell’Impero d’Occidente, la Cina sia sempre più al centro delle dinamiche geopolitiche mondiali. Stridono ancora di più quindi le nostre differenze culturali, popolari, linguistiche, letterarie e culinarie. La Cina è un mondo per noi ancora completamente sconosciuto, al quale, come un antico – ma oramai decadente e marginale – Impero, vorremmo insegnare come stare al mondo, dettando le nostre regole cosiddette “democratiche”. Dimenticandoci che le stesse torture che i cinesi dedicano ai cani noi le dirigiamo verso tutte le altre specie animali che, in vari modi, incrementano la nostra economia. Ecco, in questo non c’è alcuna differenza tra noi e “loro”. Lo dimostra il venditore intervistato dalle Iene, che dice ai giornalisti italiani increduli: “Con questi io ci mantengo la famiglia!”.
In realtà, a nessun uomo, come a nessun animale, le leggi etiche, che a differenze dei cavilli giuridici, valgono allo stesso modo per tutti gli esseri viventi, andrebbe riservato un trattamento che è a tutti gli effetti una tortura. Per questo è importante abbattere la violenta mattanza di Yulin, come quella delle balene che in Danimarca fa strage ogni anno di 950 globicefali.
Ma non possiamo imporre i nostri dogmi al resto del mondo, qui ed ora, senza nemmeno tentare un’interlocuzione. A meno di non voler creare agli occhi dell’opinione pubblica un nuovo grande nemico da abbattere: la Cina. E’ fuor di dubbio che nella guerra che potrebbe scatenarsi, il Celeste Impero ne uscirebbe straordinariamente vincitore.

 

TERRORISMO MEDIATICO

“La Costituzione è la nostra casa comune”. Sergio Mattarella sembra accorgersene solo ora e mentre interviene sulla manovra di governo, ammonisce: “La Carta chiede equilibrio di bilancio”. Non si è fatta attendere troppo la replica dei due leaders di governo che reagiscono insieme, seppure con un timbro sonoro differente ma in entrambi i casi duro. “Stia tranquillo il Presidente, dopo anni di manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico (giunto ai suoi massimi storici) finalmente si cambia rotta e si scommette sul futuro e sulla crescita. Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare, me ne frego e lo faccio lo stesso”, ha risposto a stretto giro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Con un post sul Blog delle Stelle, intitolato “I nemici dell’Italia”, il vice premier Luigi Di Maio ha invece attaccato direttamente la stampa e i partiti di opposizione, segnatamente Pd e Forza Italia. Di Maio cita le principali testate giornalistiche italiane: “La perfetta manovra maldestra”, “Sull’euro una partita pericolosa”, i titoli del Corriere, “Mattarella, primo stop al governo”, “I diritti dopo di noi” quelli di Repubblica, “La classe media dimenticata” chiosa La Stampa, “La tassa di cittadinanza” semplifica Il Giornale. “Il Pd e Forza Italia, spiega Di Maio nel blog, non riescono a fare un’opposizione politica e quindi con i loro giornali creano terrorismo mediatico per far schizzare lo spread sperando in un altro colpo di stato finanziario: sono degli irresponsabili, nemici dell’Italia.” Con le parole di Di Maio e la video rubrica “#controCheTempocheFa” inaugurata ieri sera su YouTube da Gianluigi Paragone, oggi deputato in quota 5s, le forze di governo compatte cominciano a rendersi conto del problema cruciale che incide sulla politica italiana: il controllo dell’informazione, oggi da parte di PD e alleati, controllo che mette in discussione la correttezza e l’obiettività del comportamento della Rai, anche attraverso le sue trasmissioni spesso oltremodo faziose. E’ l’nizio di una battaglia politica inedita che salutiamo con grande favore.

1 ottobre 2018

La guerra uccide anche con la fame

http://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/231-guerre/71943-la-guerra-uccide-anche-con-la-fame.html

Ogni minuto cinque bambini al di sotto dei cinque anni muoiono nel mondo per malnutrizione. Ogni anno 5,4 milioni di bambini pagano il prezzo più alto di guerre, condizioni ambientali, climatiche e politiche sfavorevoli. Nel 2017 il numero di coloro che soffrono la fame nel mondo è passato da 804 a 821 milioni. Siamo tornati ai livelli di 10 anni fa. Una persona su nove nel mondo non ha abbastanza da mangiare.
Un rapporto di Save the Children dal titolo “Lontani dagli occhi, lontani dai cuori. Fuori dalle luci dei riflettori milioni di bambini continuano a morire di malnutrizione. A casa loro”, appena pubblicato, mette in evidenza che tra i più poveri in assoluto ci sono 151 milioni di bambini sotto i cinque anni che soffrono le gravissime ripercussioni della malnutrizione acuta, che provoca una rapidissima e pericolosa perdita di peso, dovuta a una improvvisa carenza di cibo e nutrienti, mentre un minore su 4 è invece malnutrito cronico e rischia di subire fortissimi ritardi nella crescita, sia dal punto di vista fisico che cognitivo, compromettendo irrimediabilmente il suo stesso futuro.
Ma questi numeri non bastano, anche perché sottostimati. Il monitoraggio esclude infatti all’incirca 250 milioni tra uomini, donne e bambini che si trovano in particolari situazioni di emergenza e di conflitto.
Il cambiamento climatico è uno degli ostacoli che negli ultimi anni si sono posti con maggior forza sul cammino della lotta alla malnutrizione. La siccità prolungata in Kenya, Etiopia e Somalia ha colpito più 17 milioni di persone, esponendo 700mila bambini a malnutrizione, malattie e abbandono scolastico. Eppure eventi meteorologici estremi, come i cicloni Irma e Maria, che hanno colpito i Caraibi mettendo più di un milione e mezzo di persone in condizione di aver bisogno di assistenza umanitaria, costituiscono solo uno dei problemi, probabilmente non il più grave.

Perché la guerra uccide anche con la fame
Si stima che nel mondo siano 350 milioni i bambini che vivono in zone colpite da conflitti. Nei 10 paesi maggiormente devastati da guerre (Afghanistan, Iraq, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen), si calcola che siano 4,5 milioni i bambini sotto i cinque anni afflitti da malnutrizione acuta. Di questi quasi 600mila rischiano di non arrivare vivi alla fine di quest’anno se non riceveranno un’adeguata assistenza umanitaria.
In Yemen, dove è in corso una guerra atroce che ha già causato più di 10mila vittime e 40mila feriti, più di tre milioni sono gli sfollati e 12 milioni le personeche rischiano la morte per fame e inedia. La tragedia dello Yemen, il paese più povero del mondo arabo ma che ha la disgrazia di trovarsi in una posizione strategica, affacciato sul Golfo di Aden, si sta compiendo nell’indifferenza dell’Europa. E’ il conflitto dimenticato. La grande macchina dei media occidentali ha volutamente oscurato quanto accade in questo piccolo angolo di mondo per non disturbare i monarchi sauditi e i lucrosi traffici che gli Usa e i paesi europei svolgono con le petromonarchie. Oltre a bombardamenti indiscriminati, che proseguono incessanti dal 25 marzo 2015 da parte della coalizione del Golfo, guidata da Arabia Saudita e sostenuta da Usa, Francia, Gran Bretagna – ma anche dall’Italia, che rifornisce vorticosamente la macchina bellica saudita – lo Yemen è sottoposto a un embargo per via marittima e aerea. Senza considerare che anche i porti di attracco sono stati bombardati. Moltissimi i bambini uccisi, si pensa un quarto delle vittime totali. Un uomo, rifugiato nella zona di Al Hudaydah, ci racconta che “missili e bombe a grappolo esplodono continuamente sulla popolazione. Siamo stati costretti a fuggire qui, dice, perché è il posto più sicuro, ma la nostra situazione è senza speranza, qui non c’è più nulla, né cibo, né vestiti, soprattutto non abbiamo un tetto sopra la testa”.
D’altronde, i soldi comprano tutto, anche il silenzio dell’Onu. Che nel 2016 s’inchinò e modificò un documento già pubblico. Ad ammetterlo fu lo stesso ex segretario generale, Ban Ki Moon. L’Onu aveva inserito la coalizione del Golfo, impegnata nello sterminio dello Yemen, in una black-list di organizzazioni che violano i diritti dei bambini nel mondo, tra le quali anche Daesh e Boko Haram, altre creature delle petro monarchie più ricche al mondo. L’elenco fu reso pubblico il 2 giugno 2016 nel rapporto annuale del Rappresentante speciale per i bambini e i conflitti armati. Ma l’Arabia Saudita minacciò le Nazioni Unitedi tagliare i fondi, in particolar modo i 100 milioni di dollari che fornisce all’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, Unrwa). E così la black-listfu depurata.
E’ la legge del dio denaro quella che guida il mondo; non possiamo dimenticarcelo mai. Per questo, le guerre sai quando cominciano ma non potrai mai prevedere quando e come finiscono.