Giulietto Chiesa: un universo completamento inedito

margherita furlan

 

 

Dove sei? Sono 48 ore che non ti sento più al telefono e questo per me è davvero molto strano. Dì la verità, hai trovato il sistema di scappare dalle restrizioni italiane del Covid-19 e sei ad Antiparos, in terrazzo, a guardare il cielo e ad ascoltare le parole del vento. Beh, se volevi farti una vacanza avresti potuto avvisare. Che dici? Che ti sto facendo delle rivendicazioni? Ma no, dai, sei l’uomo più libero del pianeta Terra. O forse devo dire dell’universo?

Ti ricordi? Quando hai alzato le braccia al cielo e hai chiesto, guardando il Sole, “lasciatemi così, lasciatemi in pace”. Ora sei felice, mi pare di vederti mentre parli con qualcuno attorno a te di complessità dei sistemi; sereno perché questa volta hai trovato interlocutori che sono finalmente pane per i tuoi denti. Ne sono contenta. Davvero. Ma per quanto mi riguarda, permettimi, per una volta, di sollevare dei dubbi. Non avresti dovuto scrivere le tue memorie moscovite? Non lo lascerai mica a me questo compito, vero? Ti conosco: tu saresti in grado di chiedermi qualsiasi cosa, e magari riusciresti anche a convincermi!

 

Sei forte. Non per niente ti fai chiamare, almeno da me, Mr. F&F, felice e fortunato. Sì, ora lo possiamo dire, perché il tuo spirito ha donato conoscenze profonde all’umanità, e questo ti rende unico e libero. Sei arrivato qui per donare e ci hai insegnato persino il Kintsugi, la rara arte giapponese di riparare le ferite con la polvere d’oro. Ma quasi nessuno ti ha ascoltato: in molti – decisamente troppi – hanno “violentato e ucciso, senza nemmeno saperlo, Gea, la nostra Terra”, come tu stesso hai scritto (“Invece della Catastrofe”, ed. Piemme, 2013, pag. 5). Se ti avessimo ascoltato non avremmo mai vissuto nell’inganno globale. Ma ora che ci hai esposto il significato della vita, nella sua interezza – a tratti anche con toni quasi arcigni, seppur sempre con fraterna, vera e solidale amicizia – hai pensato di andare a riposarti. E ti capisco.

 

Cerchi una rivoluzione culturale globale, che muti persino il vocabolario delle parole comuni; che modifichi il modo di pensare, di consumare, di vivere; che stravolga il tempo degli uomini e lo subordini, finalmente, a quello dello spirito; che faccia rinascere a nuova vita la coscienza umana. Desideri una modificazione antropologica che apra le porte a un universo completamente inedito. Perché quello in cui ci troviamo ora, e di cui non siamo in grado di capire le regole, di valutare le sconvolgenti implicazioni, di misurare le molteplici velocità di mutazione, d’interferire sulle sue regole di accelerazione, che non prevedono, anzi respingono, un qualsiasi nostro intervento, come individui e come gruppi, è divenuto la nostra prigione, da cui non sappiamo uscire. E tu invece sei libero.

 

I padroni universali hanno avuto bisogno di ridurre il nostro “tasso di compensione”. E la questione concerne non soltanto le grandi masse che devono restare ignare, ma anche loro stessi, circondati di scienziati stupidi (specializzati a tal punto da non saper guardare oltre il centimetro quadrato del loro sapere, cioè da non poter vedere la complessità della crisi), di professori ignoranti e dogmatici (che imparano e insegnano le regole della “Mappa del Denaro”, ben descritta da Luigi Sertorio, ed. Aracne, 2018) e si fermano inorriditi di fronte ai contorni del disegno. D’altronde l’egemonia oggi si esercita con la violenza del pensiero unico. Una classe intellettuale mediatrice già è pronta. È quella dei gestori del messaggio, che riproducono la falsa coscienza, propagandano la realtà virtuale. Più in là non vanno. Perché non c’è dove altro andare.

 

E così è arrivata una bufera non improvvisa. Senza angeli e molto rumorosa. Anche un vento è arrivato a turbare la quiete lattiginosa della nostra vita. E suoni stridenti mai percepiti. Il dolore sembra una cosa del tutto nuova. Sgradevole. Tutti scalciano e si colpiscono reciprocamente. Non c’è più nessuna luce costante. Molti provano un sentimento di grande inquietudine. Dolore e —come chiamarla? — paura.

 

E in questa paura nemmeno io voglio starci, ma ora so dove posso incontrarti. Quando ne avrai voglia e tempo diamoci un appuntamento. Sono passate solo 48 ore ma già sento la mancanza delle nostre conversazioni sulla vita e sull’universo. Ti aspetto a quattro passi da Orione, sopra la tua terrazza. Se puoi, non tardare all’abboccamento, perché qui c’è il caos e io non so se posso governarlo come tu mi hai insegnato. E poi ricordati che già mi manchi, come sempre.

 

A presto Giulietto.

Perché le truppe di invasione USA rimangono in Siria?

margherita furlan

Le immagini divulgate da Press TV parlano più di ogni parola.

“Blood for Oil” è l’operazione – così battezzata dal sito americano Daily Beast – con cui Donald Trump spedisce in Siria 2 mila uomini con trenta carri armati modello Abrams per fare la guardia ai pozzi petroliferi di Der ez-Zor, nell’est della Siria controllato dalle milizie curde.

Trump ha così prima trasferito dalla Siria all’Iraq mille uomini per poi rispedirne 2 mila a Deir ez-Zor per circa 24 mila barili di petrolio al giorno – contro i 350mila del livello pre-bellico nel 2011, un quantitativo anche allora modesto e destinato in gran parte al consumo interno. Il vicino Iraq, invece, produce 5-6 milioni di barili al giorno di ricco oro nero. Il Paese, con 150 miliardi di barili di riserve, è una cassaforte di energia, così come l’Iran, che ha le seconde riserve di gas al mondo dopo la Russia. Ma, disgraziatamente per l’Europa, è sotto embargo americano.

“Ci prenderemo il petrolio siriano per evitare che cada in mano all’Isis e lo daremo alle nostre compagnie”,

ha dichiarato il presidente Donald Trump dopo l’ennesima morte annunciata del Califfo Al Baghadi.

Ma secondo le immagini fornite dal ministero della Difesa russo, il petrolio siriano, sia prima che dopo la sconfitta dell’Isis, è stato costantemente estratto e inviato con ingenti quantitativi di autocisterne fuori dalla Siria, sotto la protezione dei militari americani e delle compagnie militari private. La produzione e la raffinazione del greggio è realizzata con attrezzature fornite dalle principali società occidentali aggirando tutte le sanzioni americane, mentre le operazioni di esportazione sono eseguite dalla società Sadcab, controllata dagli americani stessi. Un vero e proprio contrabbando di petrolio, il cui ricavato secondo l’intelligence russa, supererebbe i 30 milioni di dollari al mesi, soldi che finirebbero direttamente sui conti privati delle compagnie di contractors statunitensi. E Langley dovrebbe saperlo bene, a quanto pare.

Così, in violazione di ogni legge internazionale, Washington rende chiaro che impedirà la costruzione di qualunque pipeline che dall’Iran, attraversando l’Iraq, raggiunga la Siria e il Mediterraneo, motivo quest’ultimo che, tra l’altro, è una delle vere cause per cui è scoppiata la guerra per procura in Siria.

Ma la bandiera USA sui pozzi siriani è anche un inequivocabile messaggio che Washington manda contemporaneamente all’Europa, alla Russia e alla Turchia. Gli USA vogliono controllare il flusso delle risorse energetiche e determinare le quote di potere economico e politico degli Stati della regione medio orientale ma anche della Russia e della Turchia, Paesi che, dopo avere inaugurato il Turkish Stream che approderà in Europa attraverso i Balcani, hanno protestato duramente quando gli Stati Uniti hanno occupato i pozzi siriani.

“Ogni goccia di petrolio vale una goccia di sangue”,

diceva Lord Curzon che alla fine della prima guerra mondiale decise il destino dei pozzi iraqueni di Mosul e Kirkuk. Fu quello il primo tradimento dei curdi misurato in barili di petrolio. Ma questa volta Mosca sembra non avere intenzione di stare semplicemente a guardare.

Il mercato dei bambini mai nati: Big Pharma, vaccini e il traffico dei feti abortiti

Si chiama “kinky” ed è l’ultima moda che avanza negli Stati Uniti: concepire un figlio per abortire. Un giovane uomo, intervistato dall’Associated Press, ha serenamente raccontato la propria esperienza di vita:

“La mia ragazza ama essere messa incinta e le piace abortire. Non ha mestruazioni e quindi è sessualmente molto attiva. Negli ultimi dieci anni abbiamo abortito sette volte.”

Non è un film dell’orrore ma la realtà, che, come spesso accade, supera qualsiasi fantasia, a volte persino quelle di orwelliena memoria. Ma non è finita qui.

I feti così generati e poi abortiti vengono solitamente utilizzati come pezzi di ricambio e fatti nascere normalmente alla ventesima settimana di gravidanza. Successivamente, da essi saranno prelevati gli organi già formati, in particolare il fegato.

I consultori famigliari americani, come il Planned Parenthood Institute, dapprima aiutano le donne a interrompere la gravidanza. E subito dopo, a porte semichiuse, inizia un percorso molto redditizio. Il feto abortito viene sezionato in diverse parti, fegato, rene, timo, pelle, che vengono vendute. Un fegato può costare fino a 350 dollari. In un video girato “undercover” all’interno del Planned Parenthood dall’organizzazione pro life Center for Medical Progress, appare anche il listino prezzi dell’impresa Da Vinci Biosciences, una ditta d’intermediazione di tessuti fetali: 750 dollari per il cervello del feto, 500 per le ghiandole linfatiche, 350 per un rene.

Il mercato è proficuo e il Dr. Jörg C. Gerlach, chirurgo sperimentale dell’Università di Pittsburgh, ha sviluppato una tecnica apposita per prelevare, da feti partoriti vivi a seguito di aborto tardivo, fegati incontaminati.

Il cosiddetto “protocollo” di Gerlach per la raccolta del fegato è utilizzato per i trapianti sperimentali di cellule staminali secondo le “Current Good Manufacturing Practice”, o cGMP, linee guida sviluppate dalla U.S. Food and Drug Administration (FDA), un altro ramo della HHS (Dipartimento della Salute e dei servizi umani degli Stati Uniti). Secondo le pubblicazioni mediche, generalmente le procedure di vivisezione si svolgono nell’Università di Pittsburgh e sono finanziate dal NIH (Istituto Nazionale Sanitario) con ben 2 milioni di dollari dal 2011.

 

| Quali sono le aziende interessate? |

Secondo gli studi della Commissione Giustizia del Senato americano gli istituti StemExpress, Advanced Bioscience Resources, Novogenix Laboratories, Planned Parenthood Mar Monte, Planned Parenthood Los Angeles, Planned Parenthood Northern California, Planned Parenthood of the Pacific Southwest vendono, pezzo per pezzo, i feti abortiti alle grandi case farmaceutiche, naturalmente senza rispettare la legge americana. Ma evidentemente la richiesta è alta.

 

| Come mai l’interesse commerciale è così alto? |

Facciamo una piccola premessa.

I vaccini nascono dal principio secondo cui il sistema immunitario ha “memoria” delle precedenti “battaglie vinte” contro virus e batteri. Pertanto, se si offrono al sistema immunitario virus o batteri morti, o indeboliti quel tanto che basta da renderli riconoscibili e tenerne così memoria, si prepara l’organismo ad affrontare la vera infezione che potrebbe scatenarsi in futuro. Ma occorre produrli “in serie”. Come? I batteri si riproducono spontaneamente per mitosi. Pertanto sono sufficienti delle colture per il loro inserimento nei vaccini. I virus invece non sono in grado di riprodursi autonomamente ma necessitano di un altro organismo vivente per impiantargli il proprio codice genetico e così perpetrare la propria specie. Per riprodurre il virus indebolito o tramortito che occorre per sviluppare l’effetto immunizzante servono dunque catene cellulari vive su cui il virus si vada a replicare. Per far questo, vengono usate cellule di feti umani vivi ma abortiti, che vengono poi riprodotte in laboratorio.

In effetti, i vaccini, in particolare quelli pediatrici, contengono, tra l’altro, metalli pesanti, formaldeide, antibiotici, ma anche sostanze molto meno note – perché coperte dal segreto industriale – che si nascondono dietro sigle e acronimi: MRC-5, WI-38 e Vero, nient’altro che linee cellulari tutte nelle mani della ATCC®, la più grande organizzazione al mondo che si occupa di risorse e materiali biologici.

Da oltre mezzo secolo ricercatori di ogni parte del mondo lavorano alacremente per tenere in vita cellule fetali che serviranno a Glaxo, Sanofi e Merck per la produzione di vaccini.

Forse il numero dei vaccini di cui il mondo ha bisogno sta crescendo a tal punto che è necessario aumentare il numero degli aborti? A pagamento, ovviamente.

 

| Esiste anche in Italia questo mercato? |

La domanda sorge spontanea: ci sono istituti che vendono più o meno sottobanco organi fetali alle compagnie italiane che producono vaccini, risparmiando sulle cellule coltivate in vitro?

Non ne abbiamo certezza ma è di pochi giorni fa la notizia che 15mila famiglie italiane non sanno che fine ha fatto il sangue del cordone ombelicale del proprio figlio, affidato per la crioconservazione alla banca privata delle staminali Cryo-Save Italia, fallita nel luglio scorso. I campioni sarebbero stati affidati, in seguito a un subappalto, a una società terza, la Pbkm, che ha sede a Varsavia, in Polonia. Da allora, però, nessuno sembra essere riuscito ad avere informazioni più precise, né a sapere se e fino a quando sarà garantita la crioconservazione dei campioni nonostante i pagamenti già avvenuti (circa 2.500 euro a campione). Impossibile comunicare con la società tramite i consueti canali telefonici, anche le mail cadono nel vuoto. Così, in un mondo che corre sempre più veloce sui binari della pazzia collettiva, circa duemila persone si sono raccolte nel gruppo Facebook “Genitori Cryo-Save”, per cercare qualche tutela.

Negli stessi istanti, dall’altra parte dell’Oceano, una coppia sta facendo “kinky”. Ok, il prezzo è giusto?

SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE 

Una miriade di colori, profumi, emozioni mi sorprende appena arrivata ad Addis Abeba. L’immagine di una mamma che prende a calci la figlia del marito, già maggiorenne e in lacrime, nel silenzio del padre e senza che nessuno quasi se ne accorga, mi colpisce il cuore all’uscita dell’aeroporto. La città è in piena ricostruzione (o forse è meglio usare il termine “costruzione”). Le aziende cinesi dominano il mercato e lentamente si vedono levarsi verso il cielo grattacieli orribili, in mezzo alle baracche. Baracche piccole, medie, sporche, bianche, celesti, con le parabole sui tetti, sul greto del fiume, tra i sassi, tra i pali della corrente lasciati per terra, tra le pozzanghere, tra i tanti negozi di carabattole varie, tra i poliziotti armati che non vogliono essere fotografati; baracche nella miseria più nera. E nient’altro più. [Galleria all’interno] Leggi tutto “SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE “

Etiopia: Lucy è rimasta senza i diamanti. Dal nuovo schiavismo allo sfruttamento minorile

In Etiopia, culla dell’umanità, nell’Afar Triangle, il 24 novembre 1974, il paleoantropologo Donald Johanson scoprì lo scheletro più completo di un antenato umano antico, un australopiteco di oltre 3,2 milioni di anni.

La sera stessa aveva già un nome, Lucy, suggerito dalle note di “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles. In Etiopia il reperto è invece conosciuto come Dinqinesh, che in lingua amharica significa “sei meravigliosa”.

Dal 2007 lo scheletro fossile e i reperti a esso associati furono esposti negli Stati Uniti in una mostra intitolata “L’eredità di Lucy: i tesori nascosti dell’Etiopia”. Lucy fu riportata in Etiopia da Barack Obama solo nel 2013, quando l’Impero d’Occidente, già in decadenza, decise d’investire lì, nel cuore del Corno d’Africa.

 

| Sviluppo sostenibile? |

Oggi l’Etiopia ospita una popolazione stimata in circa 110 milioni di abitanti – il 60% sotto i 25 anni – divisi in più di 80 tribù e da 90 lingue differenti. Le continue rivalità tra le etnie fanno dell’Etiopia il Paese con il più alto numero di rifugiati interni al mondo, 3 milioni di persone – un fenomeno che supera persino la realtà siriana, secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA).

Attualmente sono 8,13 milioni le persone nel Paese del Corno d’Africa che necessitano di aiuti alimentari, mentre 10,5 milioni di etiopi sono privi dell’accesso all’acqua potabile.

Nel 2015 il FMI decise la grande svolta, inserendo l’Etiopia nella lista delle cinque economie con i tassi di crescita più elevati al mondo e permettendo così al governo di Addis Abeba di varare il piano quinquennale 2016-2020 attualmente in vigore, il Growth and Transformation Plan (GTP II), che da priorità alle esportazioni della manifattura, in particolare agro-industria e tessile, e all’infrastrutturazione, produzione e distribuzione di energia da fonti diversificate. Tuttavia, il PIL del Paese, nonostante la crescita tra il 2005 e il 2016 a tassi medi annui di oltre il 10%, oggi sfiora i soli 783 $ pro capite.

Dato l’alto tasso di povertà delle aree rurali, attraversate oggi da un modello non inclusivo di agricoltura fondato su coltivazioni commerciali di vasta scala e sottoposto a pressioni insostenibili per un territorio molto vulnerabile, la crescita demografica si associa al fenomeno dell’urbanizzazione, alimentando marginalizzazione, discriminazioni e tensioni.

 

|Dal nuovo schiavismo allo sfruttamento minorile |

L’integrazione dell’Etiopia nell’economia mondiale sta passando soprattutto per la transizione da un rapporto privilegiato con l’Europa a relazioni sempre più strette con l’Asia (in particolare con la Cina) e, anche se solo in parte, con gli altri Paesi africani.

La specializzazione produttiva resta però ancora concentrata in pochi settori, anzitutto quelli legati alle risorse pregiate del suolo e del sottosuolo, che non offrono opportunità d’impiego a una popolazione così giovaneIn forte crescita è il comparto tessile.

L’obiettivo di Addis Abeba è attrarre investimenti stranieri per creare il “Made in Etiopia” e aumentare così il fatturato delle esportazioni di abbigliamento da 145 milioni a un miliardo di dollari all’anno.

Grazie anche ai livelli salariali di base, inferiori a quelli di qualunque altro Paese produttore di abbigliamento. I dipendenti etiopi, secondo uno studio pubblicato dal New York University Stern center for business and human rightslavorano per 26 euro al mese in media (750 birr), meno di un terzo degli stipendi dei lavoratori del Bangladesh.

Appena qualche mese fa, anche un’altra inchiesta, condotta dall’organizzazione per i diritti dei lavoratori Workers rights consortium, denunciava che gli operai e le operaie etiopi che fabbricano abiti per la compagnia statunitense Phillips-Van Heusen Corporation (Pvh) – che a sua volta produce per Tommy Hilfiger, Izod e Calvin Klein – sono anche sottoposti ad abusi.

Nel parco industriale di Hawassa, un distretto specializzato nel sud dell’Etiopia, oggi sono impiegati circa 25 mila operai e il governo punta a 60 mila assunzioni. Qui si producono vestiti di grandi marchi venduti in Occidente: H&M, Calvin Klein, Levi’s, Gap, Tommy Hilfiger, Calzedonia, Decathlon tra i tanti. 80 le multinazionali che vi operano, provenienti da 11 Paesi.

La maggior parte dei lavoratori sono giovani donne provenienti da famiglie povere; non possono permettersi alloggi adeguati, cibo o mezzi di trasporto. Di norma dividono una stanza in quattro persone, senza bagno né impianto idrico interno, e appoggiano i materassi sul pavimento. Non hanno soldi a sufficienza per mangiare due pasti al giorno così spesso svengono durante i turni di lavoro.

Sulla base del modello capitalistico, d’altronde, l’afflusso di lavoratori ha causato una grave inflazione nella regione circostante al parco industriale. I prezzi per le lenticchie o per la farina di teff, elemento indispensabile per l’enjera, piatto base della cucina etiope, sono volati alle stelle. Mentre l’affitto delle abitazioni è salito da 400 birr ($ 14) al mese fino a toccare i 1.500 birr (oltre $ 52). D’altro canto, le promesse del governo di costruire dormitori in prossimità delle aziende sono rimaste vane parole.

Nè la Banca Mondiale per ora si è fatta avanti nel fornire prestiti alle compagnie produttrici al fine di garantire un letto ai lavoratori. Sono così necessarie ore di cammino alle giovani donne che, dopo i turni di lavoro, rientrano a dormire in qualche remota stanza, al buio. In conseguenza alle miserrime condizioni di vita dei lavoratori, si sono visti i primi scioperi che comunque, data anche la debolezza dei movimenti sindacali appena nati, non hanno inficiato la produttività, sulla quale invece incide l’assenza di una catena di approvvigionamento nazionale.

A due anni dalla creazione del distretto tessile di Hawassa, l’Etiopia deve ancora importare tutto, dai bottoni alle stoffe. Il Paese sta dunque vendendo solamente manodopera a basso costo, come in Bangladesh, e questo non potrà portare a ricchezza agognata né l’indipendenza dalle grandi compagnie straniere, che, nel frattempo, hanno trovato un nuovo modo per aumentare i loro profitti. Il costo di produzione di una t-shirt fatta in Etiopia è inferiore a un euro. Nell’opulento Occidente, dove il necessario viene spesso confuso con il superfluo, come il benessere con il consumismo compulsivo, la stessa maglietta può facilmente essere venduta, nei negozi dalle vetrine colorate, a circa cento euro.

 

| La silenziosa competizione per il potere |

È possibile modificare i tassi di sviluppo, spesso ci si chiede, e giungere a una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro?

Forse, ma lo stato di equilibrio globale, alla luce di quanto abbiamo visto in Etiopia, dovrebbe probabilmente essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte e che ognuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano. Altrimenti ci sarà sempre qualcuno pronto ad aprire uno squarcio nelle tradizioni e nella storia dei popoli, così diversi tra loro, per acquisire posizioni di maggior potere.

Nel frattempo, molti di noi, in Europa, portano addosso il frutto del lavoro dei bambini etiopi. D’altronde chi può sapere a chi sono stati commissionati parti dei nostri capi d’abbigliamento, magari per conto di aziende che fanno da tramite?

La maggioranza della popolazione nel Paese più grande del Corno d’Africa vive infatti in contesti rurali. Qui sono i bambini a lavorare nei telai manuali, con le loro piccole mani, in abitazioni fatte di paglia e fango, mentre le madri vanno in cerca di cibo e di acqua.

In queste zone il lavoro minorile è ancora la norma, come la condizione di malnutrizione cronica, di cui soffre circa il 51% dei bambini, e che incide pesantemente sullo sviluppo fisico e cognitivo. L’istruzione non è obbligatoria. Non può esserlo vista la carenza di strutture. Così, per sfuggire al duro lavoro, sempre più bambini scappano dalle abitazioni rurali, fatte per lo più di paglia e di fango, e si dirigono nelle città. Da soli e vulnerabili, non ricevono alcun sostegno statale. Migliaia di bambini, nelle intersezioni soffocate dal traffico, vendono sigarette e chewing gum; altri mendicano. Nelle loro mani molte sono le bottiglie di plastica riempite di colla da inalare per non sentire la fame. La sostanza è facile da ottenere: i souk la vendono in bottiglie di plastica a 10 birr e non vi sono limiti di età.

 

| L’urbanizzazione forzata non è benessere |

L’ultimo sondaggio ufficiale è stato condotto nel lontano 2010: anche allora c’erano 12mila bambini che vivevano non accompagnati nelle strade di Addis Abeba, ma i numeri aumentano sempre più.

Molti bambini provengono dal Wolayita, regione del sud ovest del Paese, caratterizzata da un’elevata densità di popolazione, dalla frammentazione delle tribù, e dall’aumento esponenziale dell’attività di bande attive nella tratta di minori. Le ragazze di solito finiscono nel servizio domestico, dove l’abuso sessuale dilaga. Altre, già a otto anni lavorano nei bordelli attorno al mercato centrale di Addis Abeba. Altre ancora, restano in strada, dove si spingono tra le braccia di clienti bianchi in cambio di qualche cosmetico, che hanno visto indossare da modelle di carnagione altrettanto bianca nei grandi cartelloni pubblicitari che svettano in mezzo alle baracche, questa volta di lamiera. Qui Lucy, nel XXIesimo secolo, dopo oltre tre milioni di anni, ha definitivamente perso la sua bellezza “meravigliosa”.

Un programma di rete di sicurezza urbana, lanciato nel 2017 e sostenuto dalla Banca Mondiale, ora aiuta alcuni dei più indigenti delle città, compresi i bambini di strada, dando loro un piccolo contributo in cambio di lavoro come la pulizia delle strade. Ma il problema è più ampio. I bambini di strada sono già parte integrante del processo di urbanizzazione. Addis Abeba ha una popolazione che aumenta di anno in anno, anche se nessuno sa quante persone ci abitino effettivamente (si stimano tra i 6 e i 7 milioni di abitanti, quasi un terzo della popolazione urbana del Paese). I problemi sia di ordine ambientale (inquinamento, anzitutto) che di degrado sociale, sono sempre più crescenti, dal momento che la speranza di trovare lavoro in città tra chi arriva dalle aree periferiche è spesso disattesa, con un tasso di disoccupazione di oltre il 30% che si traduce nel fenomeno della marginalizzazione di molte persone, spinte a vivere negli slum e nelle strade (donne e bambini compresi). A livello nazionale, il tasso di urbanizzazione è stimato intorno al 4-6% all’anno, esercitando un’enorme pressione sulle infrastrutture e i servizi municipali. Ma nonostante l’infelicità della vita nelle strade, soprattutto per i bambini, l’alternativa – un ritorno permanente in campagna – è molto rara quanto complessa.

 

| Il ruolo dell’Italia |

L’Italia – già presente in Etiopia in modo qualificato, non solo per l’opera della Salini Impregilo che ha completato la diga Gibe III e sta realizzando quella che sarà la diga più grande d’Africa (Grand Ethiopian Renaissance Dam), ma anche per la partecipazione di Enel Green Power nella costruzione dell’impianto fotovoltaico di Metehara, a circa 200 km da Addis Abeba – può oggi trovare spazi adeguati per assumere un ruolo di leadership internazionale, contribuendo a definire una strategia a lungo termine su tutti i tavoli d’intervento capace d’integrare obiettivi sociali, culturali, politici, economici e ambientali, sia attraverso la politica degli aiuti, che attraverso investimenti diretti a creare, da una parte, scolarizzazione, e dall’altra, occupazione a condizioni dignitose e tali da ridimensionare le gravi situazioni di degrado attualmente presenti.

Gli interessi dell’Italia nel grande inganno della diga più grande d’Africa

Dopo un lungo volo notturno, gli occhi ancora impastati di sonno e il fiato corto di chi si deve abituare ai 2.500 metri di altitudine di Addis Abeba, la procedura per ottenere il visto si fa farraginosa. Nell’attesa in aeroporto, passando da una scrivania a un’altra, fa capolino una pila di libricini tascabili dal titolo quanto mai altisonante: “The Ethiopian Human Rights Landscape in the Context of Right-Based Approach to Development” (Il panorama dei diritti umani in Etiopia nel contesto di un approccio allo sviluppo basato sui diritti).

Incuriosita, mi ridesto dal torpore e inizio a leggere le 166 pagine della pubblicazione, scritte in un inglese forbito e a tratti ricco di enfasi. Sono sufficienti le prime parole per capire il tono del libercolo: “Lanciare contro l’Etiopia accuse di sistematiche violazioni dei diritti umani è oramai un tratto distintivo del minestrone composto da fin troppo zelanti Ong e dai think tank internazionali”, che vorrebbero ostinatamente rendere lo Stato subalterno al libero mercato. Gravissimo errore, ci ammoniscono gli autori, perché proprio l’interventismo statale sarebbe fonte di benefici per l’intera popolazione etiopica. Le cifre degli indicatori di sviluppo starebbero a dimostrarlo. Ma le cifre, spesso, non dicono tutto. Tantomeno la verità. Intanto, tra giovani donne etiopi che con umiltà e riverenza osservano le movenze delle persone bianche come venissero da un’altro pianeta, il tempo passa. Forse non c’è tanta voglia di far gironzolare in Etiopia giornalisti stranieri. Tutto sommato perché questa cocciutaggine nel voler andare a visitare la valle dell’Omo?

 

| Che cos’ha di tanto speciale la valle dell’Omo? |

Ci arriviamo con una jeep che a fatica s’insinua tra roccia e fango: la generosa terra rossa dell’antica Sacra Alleanza oggi trasuda fatica, dolore, abbandono, pur mostrandosi in tutta la sua straripante bellezza primigenia. La regione, un’immensa distesa di 25mila chilometri quadrati, è così chiamata per l’omonimo fiume che l’attraversa. La valle è caratterizzata da una molteplicità di ecosistemi, culture e lingue. La maggior parte del territorio è arido ed è considerato per lo più inospitale.

Gli abitanti, circa 700mila persone, appartengono ad almeno 16 distinti gruppi etnici che hanno mantenuto fino a oggi uno stile di vita tradizionale. Il fiume Omo, che attraversa i parchi nazionali Mago e Omo, è la principale risorsa per la popolazione locale. E’ una sterminata riserva d’acqua che scorre per più di 700 chilometri, dagli altipiani di Shewan alle sponde settentrionali del lago Turkana. Nel 1980 il suo bacino è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco per la sua particolare importanza geologica e archeologica. Il fiume, lì, ancora oggi, rappresenta la vita stessa. L’esondazione annuale dell’Omo costituisce il momento chiave per la pratica dell’agricoltura di recessione, legata all’utilizzo del fertilissimo limo lasciato sulle sponde quando il fiume si ritira tra settembre e ottobre. Mentre l’allevamento estensivo di bovini, capre e pecore offre il sostentamento agli abitanti, specialmente quando la pioggia latita e i raccolti vengono a mancare. Il valore dei capi di bestiame è dunque considerevole, anche perché questi costituiscono la dote per le spose.

Ma, a partire dal 2012, nella stampa internazionale iniziano a circolare notizie allarmanti. Secondo le informazioni, che escono non senza difficoltà dal Paese, nella valle dell’Omo il governo etiope sarebbe responsabile di arresti arbitrari e di violenze diffuse nei confronti delle comunità della zona. Obiettivo: fare spazio all’implementazione di piani d’irrigazione su larga scala, funzionali alle piantagioni agroindustriali. I mass media descrivono una catastrofe umanitaria, scatenata da uno dei più feroci accaparramenti di terre mai visti in Africa.

 

| Andiamo a verificare |

Da alcuni anni nella Valle dell’Omo operano numerose compagnie che portano avanti grandi progetti agroindustriali attraverso attività che compromettono l’accesso alla terra delle comunità della Valle. Tra questi, la piantagione governativa di canna da zucchero Omo-Kuraz Sugar. Attualmente ricopre 150mila ettari di terreno ma presto potrebbe fagocitare un’area vasta 245mila ettari. Per fare spazio al progetto, le autorità hanno sfrattato dalle loro case ancestrali e dalle loro terre i Bodi, i Kwegu, i Suri e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento. I Kewgu, in particolare, denunciano di soffrire la fame a causa dell’allontanamento dalle loro mandrie e del sistema di irrigazione delle piantagioni, che sta prosciugando il fiume. La compagnia statale dello zucchero ha dichiarato di aver stanziato circa 79 milioni di birr in infrastrutture, l’equivalente di 2 milioni di euro. Scuole, presidi sanitari, mulini e accesso all’elettricità però non sono mai stati realizzati, a quanto vediamo. Di grande impatto invece sono i progetti di coltivazione di palma, jatropha, cotone e mais, di cui necessita il ricco Occidente per produrre biocarburante. Protagonisti la compagnia turca Omo Valley Farms Cooperation, l’indiana Whitefielf Cotton Farm, l’italo-etiope OMO Ethio Renewable Energy e l’etiope Sisay Tesfaye Agro Processing. Tra le coltivazioni, spiccano però quelle dell’italiana Fri-El Green, che, operativa dal 2007 tramite la sua sussidiaria locale Fri-El Ethiopia Farming and Processing, ha ottenuto in concessione 30mila ettari di terreno tramite un contratto di affitto siglato con il governo etiope del valore di 1,7 milioni di birr all’anno (ovvero 2,5 euro all’ettaro) e della durata di 70 anni. Ma quella terra era precedentemente utilizzata per diversi usi comunitari. Si tratta di foreste naturali, pascoli estensivi, terreni a uso agricolo, zone per l’insediamento umano. Ciò nonostante, nel centro abitato chiamato Jinka nel 2015 alcuni rappresentanti del governo non ebbero timore a dichiarare:

“La terra concessa agli investitori privati è libera da vincoli e non è richiesto loro di pagare alcuna compensazione perchè le comunità della zona non la utilizzano per i propri scopi.”

 

| Diritti umani? |

L’azzeramento delle terre dedicate al pascolo, passa, in modo diretto e indiretto attraverso i programmi di villaggizzazione forzata e di sedentarizzazione delle comunità pastorali, ed è oramai l’imperativo per la modernizzazione dell’agricoltura. Le popolazioni indigene della valle hanno così visto cambiare il loro stile di vita, costrette ad abbandonare la vita nomade, le attività economiche tradizionali e la raccolta delle erbe medicinali. I granai delle comunità e i loro preziosi pascoli sono distrutti. I pascoli e le terre agricole sono ora trasformate in piantagioni industriali. Chi si oppone al furto delle proprie terre viene sistematicamente picchiato e confinato in prigione. Numerose le denunce di stupro e persino di uccisione degli indigeni da parte dei soldati etiopi. A metà del 2014, il governo ha sferrato una violenta operazione militare nei woreda (piccoli distretti amministrativi) di Salamago e Hamar, al fine di identificare gli oppositori al progetto Omo-Kuraz. Alcuni anziani della zona ci dicono che, in quell’episodio, sono morti più di 45 pastori Mursi e 39 Bodi mentre erano al pascolo con le loro greggi. Molte persone sono state cacciate via e i loro animali sono stati rubati dai soldati. Successivamente, dal febbraio 2015, più di 120 persone sono state uccise mentre 265 sono state arrestate. Tre giovani Mursi scolarizzati, che avevano svolto il ruolo di rappresentare le loro comunità all’interno dei woreda, sono stati licenziati con l’accusa di aver fomentato la protesta contro i programmi di reinsediamento. Secondo i racconti degli abitanti del woreda Hamar, a metà del luglio 2015 più di mille pastori locali sono stati massacrati dalla polizia federale e molti altri sono stati feriti. Ad oggi persistono tensioni crescenti che sfociano spesso in scontri violenti. Le tribù cercano di resistere così al programma di villaggizzazione, che ritengono finirà per snaturare completamente la loro cultura e il loro sistema tradizionale di sussistenza. Mentre le promesse di posti di lavoro si sono materializzate solo in parte, perlopiù con contratti stagionali e mal retribuiti. Un uomo della città di Omorate ha raccontato:

“Lavoro per un’impresa e non riesco neppure ad aiutare mio figlio. In qualità di addetto alla sicurezza guadagno 200 birr (8 euro) al mese.”

| Sviluppo per chi? |

La grande svolta per l’Etiopia avviene nel 2015, quando il FMI inserisce il Paese nella lista delle cinque economie con i tassi di crescita più elevati al mondo, permettendo così al governo di Addis Abeba di varare il piano quinquennale 2016-2020 attualmente in vigore, il Growth and Transformation Plan (GTP II), che da priorità alle esportazioni della manifattura, in particolare agro-industriale e tessile, e all’infrastrutturazione, produzione e distribuzione di energia da fonti diversificate. Il settore privato funge da volano e viene incoraggiato dal governo ad aumentare il suo contributo negli investimenti in agricoltura. Nasce così il Productive Safety Net Programme (PSNP), un’iniziativa multi-donors guidata dalla Banca Mondiale e cofinanziata dalla Commissione europea. Il PSNP consiste in un programma di cash for work, ossia donazione di denaro contante alle famiglie più vulnerabili in cambio di lavori di pubblica utilità, ma viene subito accusato da Human Rights Watch di foraggiare l’élite governativa e di creare le condizioni per discriminare gli oppositori alla distribuzione dei fondi. Un abitante della Valle dell’Omo ci racconta che, pur partecipando al programma PSNP, “vengono dati soldi o viene distribuito cibo solo se si accetta il piano di reinsediamento voluto dal governo”. Così, prima gli aiuti alimentari nella regione erano frequenti, oggi sono diminuiti, in alcune zone addirittura cessati. I donatori internazionali si difendono dichiarando che i fondi sono serviti a pagare gli stipendi di medici e insegnanti, ma secondo gli abitanti della Valle “il problema fondamentale è che nessuno di questi servizi viene garantito, a meno che le persone non accettino i programmi di villaggizzazione. I fondi vengono impiegati per pagare la costruzione di scuole, centri medici, strade e infrastrutture idriche nei nuovi villaggi reinsediati e per implementare programmi agricoli rivolti alle persone reinsediate, nonché a pagare gli stipendi dei funzionari distrettuali che hanno il compito di realizzare i piani di villaggizzazione.” Ci appare oramai molto chiaro che il vincolo tra i fondi e la sedentarizzazione forzata è quindi diretto e non tiene in considerazione la storia, le abitudini, le tradizioni, i sentimenti dei popoli che qui hanno da sempre vissuto. Almeno fino ad ora.

 

| “Sistema Italia” |

Nell’ultimo decennio la valle dell’Omo ha molto attirato le attenzioni dell’Italia. A cominciare dal 2004, quando la Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina approvò (in condizioni a dir poco controverse) il più grande credito d’aiuto mai erogato nella storia del fondo rotativo per lo sviluppo. Furono stanziati 220 milioni di euro per la costruzione della contestata diga Gibe II proprio sul fiume Omo.

Successivamente, nel luglio del 2006, il governo etiope affidò alla società italiana Salini Costruttori, oggi Salini Impregilo – che si era già aggiudicata la costruzione delle dighe Gibe I e Gibe II -, la realizzazione del più grande progetto idroelettrico mai concepito in Africa, la diga Gibe III: un salto di 240 metri e una potenza di 1870 MW, per un costo complessivo di 1,4 miliardi di euro. Il contratto fu concluso senza una gara d’appalto, in violazione delle leggi etiopi, che permettono la trattativa diretta solo in casi d’imprevedibile urgenza. Come allora aveva sottolineato il periodico in lingua amharica “Reporter”, era stata la stessa Salini, “di sua iniziativa e a sue spese, a disegnare e a presentare al governo etiope il progetto”. Al ministero degli Esteri di Addis Abeba, dove la compagnia italiana si era rivolta per negoziare il suo contratto, la versione adottata per suffragare la fattibilità dell’opera non avrebbe potuto essere null’altro che questa: “La costruzione di una diga è urgente in un Paese gravemente carente dal punto di vista delle risorse energetiche, com’è l’Etiopia”. Addis Abeba accettò. Ma non si può non notare che tuttora gli unici contratti a trattativa diretta in Etiopia riguardano la Salini Impregilo. Tutti gli altri progetti idroelettrici, perfino la diga di Tekeze costruita dai cinesi, sono stati oggetto di gara d’appalto.

I lavori della Gibe III iniziarono subito, senza nemmeno le valutazioni d’impatto ambientale e sociale. L’Authority etiope per la protezione dell’ambiente (EPA) approvò retroattivamente le valutazioni solo nel luglio 2008, con quasi due anni di ritardo, e nonostante gli studi fossero stati effettuati esclusivamente dall’agenzia milanese CESI, per conto dell’azienda energetica etiope EEPCo e della società costruttrice Salini. Pubblicati in versione definitiva nel gennaio 2009, i risultati erano saldamente favorevoli al progetto: prendevano infatti in considerazione solamente il bacino a monte della diga, ignorando completamente l’impatto a valle. Gli studi della CESI forse erano diversi da quelli effettuati dalla Banca Africana di Sviluppo (AfDB) che, nel 2010 rese noto di non essere più interessata a finanziare Gibe III; differentemente dalla Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) – la più grande banca cinese – che ha finanziato parte della costruzione della diga, e dalla Banca Mondiale che ha stanziato i fondi per le linee di trasmissione dell’energia.

In Italia però il nucleo tecnico della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina, prima dell’erogazione del credito da parte italiana per la costruzione della diga Gibe II, aveva espresso parere negativo, rilevando l’anomalia dell’affidamento del contratto a trattativa diretta – fatto non conforme nemmeno alle procedure previste né dalla normativa italiana, né da quella dell’Unione Europea -, oltre che l’assenza di uno studio di fattibilità, la mancanza di previsione dei costi delle misure di mitigazione d’impatto ambientale, l’insufficiente attenzione alle procedure di gestione e controllo del contratto, ma soprattutto il tasso di concessionalità del 42,29%, assolutamente non in linea con la situazione di criticità debitoria dell’Etiopia. Cosa del resto su cui si era espresso anche il ministero dell’Economia e delle Finanze, esplicitando forte preoccupazione per un prestito di tale portata concesso a un Paese HIPC (Heavily Indebted Poor Countries). L’Italia, infatti, al momento dell’approvazione del prestito, era in procinto di cancellare all’Etiopia 332,35 milioni di euro di debito bilaterale. In effetti la cancellazione fu ratificata, ma nel gennaio del 2005, esattamente tre mesi dopo aver reindebitato il Paese per una cifra di poco inferiore. Nonostante l’Italia sia più volte stata ammonita dall’OCSE per la cattiva abitudine dei cosiddetti “aiuti legati” (ovvero condizionati alla fornitura di beni e di servizi di provenienza italiana), tale architettura in questo caso si spinse ben oltre, rappresentando un vero e proprio aiuto commerciale camuffato da aiuto allo sviluppo contro la povertà. Così nel gennaio del 2007 la magistratura di Roma aprì un procedimento penale a carico del ministero degli Affari Esteri. Ma nessun ufficiale giudiziario fino ad oggi ha mai varcato gli uffici della Farnesina per verificare i documenti. Contemporaneamente, la Campagna per la riforma della Banca Mondiale (CRBM), avviò un’indagine in Etiopia per fare luce sull’intera questione. Ne scaturì un dossier con interviste a pubblici ufficiali, esponenti delle comunità locali e persino del mondo accademico. Lo scandalo fu talmente grande e così palese che la Banca europea per gli investimenti negò un finanziamento di 50 milioni di euro per la costruzione della Gibe III, ufficialmente per i rischi ambientali, più verosimilmente per la posizione scomoda già assunta con il prestito gemello concesso per la realizzazione della Gige II. In Italia, invece, pochi mesi dopo, l’ex-direttore generale della Cooperazione allo sviluppo, Giuseppe Deodato, venne promosso per meriti guadagnati sul campo e mandato a fare l’ambasciatore in Svizzera, mentre il nuovo esecutivo (guidato da Romano Prodi e non più da Silvio Berlusconi) aprì alla possibilità di bissare, con un nuovo prestito per la diga Gibe III, senza dimenticarsi di approvare 12 milioni di euro per il completamento della diga di Bumbuna, in Sierra Leone, un altro buco nero a marchio Salini. L’Africa è una terra ricca, ma non certo per gli africani.

| Cooperazione o profitto economico? |

Il caso degli impianti idroelettrici Gibe fornisce interessanti spunti di riflessione sullo stato allarmante della cooperazione italiana, sulla debolezza delle istituzioni europee, sul connubio di interessi tra Paesi dalla democrazia difettosa o poco trasparente (in Etiopia come in Italia), e solleva al tempo stesso molte domande sull’operato delle nostre aziende nei Paesi africani. Poco importano le forti limitazioni dei diritti civili imposte dai governi etiopi; intorno alla Salini e alla storia di Gibe e delle altre dighe africane si muove evidentemente, come in una sorta di gioco di scatole cinesi, un indotto di società italiane, e non solo, che si scambia contratti, consulenze, appalti, personale. Nel 2015 l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in visita ad Addis Abeba, definiva la diga Gibe III un “orgoglio italiano”. Non rimembrava che qualche anno prima un’allora giovane deputata del Partito Democratico, di nome Federica Mogherini, aveva chiesto lumi al governo, allora guidato da Silvio Berlusconi, sul perché si dovessero stanziare soldi pubblici per “ulteriori 250 milioni di euro per il progetto Gibe III, per il quale permanevano molte delle obiezioni già avanzate in occasione del finanziamento del Gibe II nei rispettivi pareri del ministero dell’Economia e delle Finanze, e del Nucleo tecnico di valutazione della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo”.

L’Etiopia ospita una popolazione stimata in 110 milioni di persone e il PIL del Paese, nonostante la crescita tra il 2005 e il 2016 a tassi medi annui di oltre il 10%, sfiora i soli 783 $ pro capite. La produzione e la distribuzione dell’energia elettrica sono gestite dalla Ethiopian Electric Power Corpo- ration (EEPCo), società commerciale interamente di proprietà dello Stato, che, nonostante un piano energetico nazionale molto aggressivo, allaccia alla rete elettrica meno del 6% della popolazione. La domanda annuale di energia non supera, nella fase di picco, i 600 MW. Che l’Etiopia con gli sbarramenti sull’Omo e con la Grande Diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro voglia diventare il principale esportatore di energia idroelettrica dell’Africa – vendendola a Kenya, Gibuti e Sudan – è fuori di dubbio dunque. Così come è un dato oggettivo che della realizzazione di tutte questa opere mastodontiche si sia occupata, se ne sta occupando e se ne occuperà solamente l’italiana Salini Impregilo. D’altronde l’ufficio di cooperazione in Etiopia è il più grande sul quale l’Italia può contare in giro per il mondo, se si eccettua l’Afghanistan, e a partire dal 2016 è entrata in gioco anche l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) a cui s’intende concedere un margine d’azione maggiore.

 

| Così si muore |

La diga più grande d’Africa è stata completata e il governo etiope ha iniziato a riempire il bacino della diga nel 2015, mettendo così fine alle esondazioni naturali del fiume. Nello stesso anno non sono state rilasciate esondazioni artificiali, mentre quelle rilasciate nel 2016 sono state troppo ridotte per ridare un sostentamento seppure minimo alle coltivazioni delle tribù locali. La diga ha infatti sbarrato il corso centro-settentrionale dell’Omo e ha causato sia la riduzione del flusso del fiume che l’abbassamento del livello del lago Turkana, in Kenya, di circa due terzi, distruggendo così anche le riserve ittiche. Il drastico abbassamento del livello del lago potrebbe ora compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno 300mila persone tra cui i Turkana, i Kwegu e i Rendille, che dal lago dipendono per la pesca e per l’acqua potabile. Si troveranno senza più nulla. Vista l’emergenza, nel giugno del 2018, l’UNESCO ha quindi inserito il Lago Turkana nella lista dei Patrimoni dell’Umanità in Pericolo. I raccolti infatti sono meno rigogliosi e la riduzione dei campi utilizzabili per il pascolo porta le tribù a coprire lunghe distanze alla ricerca di terreni migliori e d’acqua per gli animali. Donne e bambini sono costretti a percorrere a piedi circa 40 chilometri al giorno – rischiando lo scontro con i camion che corrono con la canna da zucchero nei container – per raccogliere l’acqua dell’Omo, che comincia a ridursi drasticamente. Gibe III, come le altre dighe realizzate dal Gruppo nel Paese “trasformerà l’acqua in energia pulita, creando non solo relazioni commerciali pacifiche con i paesi confinanti, ma anche portando l’energia nei villaggi e migliorando le condizioni di vita della popolazione”, asseriva la Salini Impregilo nel 2015. Dichiarazioni che oggi contrastano persino con quelle del plant manager che, convinto, ha affermato ai nostri microfoni:

“Questa centrale elettrica non ha alcun effetto sulla comunità, perché si tratta di una zona di bassa quota. È una valle, è una zona di malaria, nessuno viveva qui prima.” Quindi la comunità è contenta? “Certamente, ha ribattuto il giovane ingegnere, ora la gente sta bene, può pescare sfruttando diverse correnti. C’è solo una cosa che è cambiata: l’agricoltura è vietata! Possono usare le montagne! Ma vicino al fiume è vietata”.

Quasi fosse un dettaglio.

Secondo i dati diffusi dall’amministrazione di Salamago, il bacino artificiale creato dalla diga ha già aumentato l’incidenza di malattie nelle aree allagate a monte del fiume e con il completamento della costruzione della diga si comincia ad assistere a un’intensificazione della frequenza e della gravità di eventi climatici estremi. Minore disponibilità di acqua significa infatti non solo ridurre le aree coltivabili, ma anche variare l’ecosistema introducendo un lento quanto inesorabile processo di ritiro della foresta pluviale che rende, tra l’altro, le piogge meno abbondanti. I dati sono confermati da un nuovo rapporto dell’Oakland Insitute, recentemente pubblicato, che rileva:

“A causa della concomitante pressione esercitata sulla terra dagli interessi agroindustriali del governo e degli investitori stranieri, le popolazioni menzionate stanno valutando l’ipotesi di una migrazione su larga scala verso le città, alla ricerca di nuove forme di sostentamento”.

Bibala, un membro della comunità Mursi, dice che prima della costruzione della diga “la terra era piena di grano”.

“Abbiamo goduto di molta acqua alluvionale dal fiume Omo e ne siamo stati felici. Ora l’acqua è sparita e siamo tutti affamati. Dopo ci sarà la morte”.

Bibala ha proseguito:

“Il governo ci ha detto di trasferirci nei siti di reinsediamento. Sia i Mursi che i Bodi odiavano questi luoghi e li hanno lasciati. Non vogliono stare nei siti di reinsediamento. Hanno chiesto al governo di portare loro del grano. ‘Che cosa? Non vi piacciono i siti di reinsediamento? Non vi piace andare a scuola? Non si ottiene alcun grano’ ha detto il governo, che ora ci ha lasciato senza grano”.

Davvero l’Italia, insieme al nuovo corso “democratico” dell’Etiopia, si occuperà di restituire la dignità a queste popolazioni oramai allo stremo?

Mojahedin-e Khalq (MEK): dietro alla richiesta del rispetto dei diritti umani in Iran c’è dell’altro

Ad Ashraf-3 – così si chiama il nuovo Quartier Generale della Resistenza Iraniana, in Albania – il Consigliere per la Sicurezza informatica della Casa Bianca, Rudy Giuliani, ha sostenuto il MEK come “valida alternativa al regime del terrore che da 40 anni opprime l’Iran” e ha definito Maryam Tajavi “l’unica vera rappresentante del popolo iraniano”.  

A circa 50 chilometri da Tirana, Ashraf-3 assomiglia a una piccola città pesantemente sorvegliata, con parchi, sale conferenze, ristoranti e piscine. E’ “il nuovo epicentro della resistenza iraniana, che mostra la sua potenza mentre il mondo perde la pazienza con l’Iran”, commenta Ali Safavi, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI). Alla conferenza, intitolata “120 anni di lotta del popolo iraniano per la libertà”, tenutasi il 12 e 13 luglio, hanno partecipato migliaia di membri del MEK e circa 300 politici provenienti da tutto il mondo. Tra gli altri, Ingrid Betancourt, ex senatore colombiano e candidato alla presidenza, Michèle Alliot-Marie, ex ministro francese, definita da Forbes nel 2006 la cinquantasettesima dona più potente al mondo, Joe Lieberman, ex senatore degli Stati Uniti e primo ebreo americano candidato alla vicepresidenza, l’ex segretario energetico del presidente Clinton, Bill Richardson, Matthew Offord, conservatore membro del Parlamento del Regno Unito, Sid Ahmed Ghozali, ex primo ministro algerino, l’ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper. L’Italia è stata rappresentata da Roberto Rampi, senatore del PD, Giuseppina Occhionero, deputata eletta nelle fila di LEU, Antonio Tasso, deputato del M5S. Obiettivo esplicito dell’assemblea: chiedere alla comunità internazionale di porre fine alla politica di pacificazione con l’Iran.

I Mojahedin-e Khalq (MEK) infatti sostengono di avere l’appoggio della maggioranza degli iraniani ma questa volta è l’American Herald Tribune a smentire l’organizzazione. Secondo un sondaggio commissionato nel 2018 dalla Public Affairs Alliance of Iranian Americans (PAIA) solo il 6% degli iraniani residenti negli Stati Uniti sostiene il MEK come un’alternativa legittima all’attuale governo in Iran. Il dato rispecchia l’analisi dell’anno precedente, che riferisce di un debole 7% in merito alle simpatie per Maryam Rajavi, leader del MEK.

Come già scritto in precedenza, i Mujaheddin e-Khalq nacquero nel 1963, in Iran, con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e come acerrimi avversari del regime dello Shah. Nel 1979 il Mek partecipò alla rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia che lo caratterizzava all’epoca era un singolare incrocio di marxismo, femminismo e islamismo. Come tale del tutto incompatibile con quella degli ayatollah sciiti. Così il Mek fu costretto a disperdersi, mentre il suo quartier generale si trasferì a Parigi nel 1981. In questo lasso di tempo il MEK “cambiò pelle”, oltre che ideologi e finanziatori e, cinque anni dopo, riapparve in Iraq, precisamente a Camp Ashraf, a nord di Baghdad. Lì si distinse come formazione armata autonoma — alcune migliaia di combattenti bene addestrati, con le famiglie al seguito — che supportò Saddam Hussein contro l’Iran e apparve attivamente in numerosi episodi della repressione dei curdi iracheni. Il MEK sopravvisse stranamente alla caduta di Saddam Hussein e, nel 2003, venne trasferito, dagli americani vincitori, letteralmente “armi e bagagli”, in un altro grande accampamento militare che prenderà, non a caso, il nome di Camp Liberty. Da quell’avamposto si diramarano numerosi attentati terroristici e azioni di diversione e boicottaggio contro l’Iran. Formalmente “disarmato” dall’esercito statunitense, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, il MEK continuò a svolgere un’intensa azione bellica e propagandistica contro Teheran. Sempre sotto la guida del Quartier Generale di Parigi e sempre lasciato libero di agire dai servizi segreti americani, israeliani, francesi. L’ambiguità della sua collocazione non gl’impedisce — anzi lo aiuta — d’incassare il supporto più o meno esplicito di esponenti politici occidentali, come l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e John Bolton, ex rappresentante USA alle Nazioni Unite e attuale Consigliere per la Sicurezza nazionale. Perfino l’ex commissaria europea Emma Bonino si affaccia ad alcune delle iniziative “umanitarie” del MEK. Nel New York Timesnel 2012 apparì un elenco di sostenitori, tra cui diversi esponenti del Congresso americano, ma anche R. James Woolsey e Porter J. Goss, ex direttori della Cia, Louis J. Freeh, ex direttore dell’Fbi, Tom Ridge, ex segretario della Homeland Security sotto la presidenza George W. Bush, l’ex procuratore generale Michael B. Mukasey e l’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale ai tempi di Obama, il generale James L. Jones.

Tuttavia, già nel 1994, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sottolineava come il MEK non potesse candidarsi alla guida alla Repubblica Islamica: “Evitata dalla maggior parte degli iraniani e fondamentalmente antidemocratica, l’organizzazione dei Mojahedin-e Khalq non è un’alternativa praticabile all’attuale governo iraniano”. Ancora prima, nel 1992, l’allora Segretario di Stato aggiunto, Robert Pelletreau, scriveva: “L’Organizzazione del Mojahedin-e Khalq non rappresenta una forza politica significativa tra gli iraniani, in parte a causa dei suoi stretti legami con il governo iracheno”.

Gli Stati Uniti inserirono il MEK nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere nel 1997 per “uso occasionale di violenza terrorista”. Nel 2012, al culmine di una campagna di lobbying bipartisan, aggressiva e ben finanziata, l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, sdoganò il MEK, rimuovendolo dalla “black list”, nonostante l’organizzazione fosse considerata terrorista non solo da Iran e Iraq, ma anche da Unione europea, Gran Bretagna e Canada*. 

Nessun effetto sortì la lettera, pubblicata sul Financial Times nel 2011, di 37 esperti della Repubblica Islamica. Questi, sottolineando l’assenza di ”base politica e di vero sostegno” dell’organizzazione all’interno dell’Iran, mettevano in guardia il Dipartimento di Stato dall’escludere il MEK dalla black list. Tra i firmatari della lettera, Gary Sick, che prestò servizio nello staff del Consiglio di Sicurezza nazionale ai tempi dei presidenti Ford, Carter e Reagan, e che in tale occasione descrisse il sostegno del MEK in Iran “molto, molto limitato”. Mentre Michael Rubin, consulente per il Medio Oriente del Pentagono dal 2002 al 2004, scrisse nel The National Interest che “gran parte della popolazione iraniana, a prescindere dalla sua visione politica, condivide un profondo odio per il MEK”. Aggiunge John Limbert, ex vice Segretario di Stato per l’Iran, che la maggioranza del popolo iraniano “non si fa ingannare dalle pretese democratiche del MEK perché conosce la sua storia omicida”.

Mentre i politici occidentali, secondo quanto riportato da Politico, sarebbero molto sensibili al profumo del denaro che il MEK distribuirebbe lautamente (oltre 20,000 $ per presenziare a un evento), anche in Europa. Tanto che, seguendo la scia del dolce effluvio, El País avrebbe scoperto che il partito Vox sarebbe nato grazie ai finanziamenti del MEK, che tra il 2013 e il 2014 avrebbero sfiorato il milione di euro. 

Tuttavia, qualunque sia l’origine del denaro di cui sembra abbondare il MEK, ai vertici della politica internazionale forse non passa inosservato quanto sostenuto da Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council (NIAC): “A differenza di altri gruppi dell’opposizione iraniana, il MEK può organizzare operazioni militari. I suoi membri sono esperti in sabotaggi, omicidi e terrorismo. Queste non sono qualità che si prestano a qualsiasi progetto di “democratizzazione”, ma sono estremamente utili quando l’obiettivo strategico è provocare un cambio di regime (attraverso l’invasione o la destabilizzazione politica)”.

 

L’Iran si difende dalla “Troika del Male”

L'Iran si difende dalla "Troika del Male"

Le riserve di uranio arricchito dell’Iran hanno superato il limite di 300 kg stabilito nell’accordo sul nucleare del 2015. Dopo l’annuncio di ieri, 1 luglio, da parte del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in queste ore arriva la conferma dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il prossimo passo sarà quello di aumentare il grado di arricchimento dell’uranio (fino al 20%) e la soglia di acqua pesante (che potrebbe arrivare a 13 tonnellate), avverte Teheran, che potrebbe così aprire la strada allo sviluppo di armi nucleari. Leggi tutto “L’Iran si difende dalla “Troika del Male””

Dove sta andando l’Etiopia?

Dove sta andando l'Etiopia?

Sei morti eccellenti, tra cui il generale che si ritiene a capo dell’operazione, Asamnew Tsige. È l’unica certezza che resta del fallito colpo di stato in Etiopia, avvenuto nella notte tra sabato 22 e domenica 23 giugno.

Le dinamiche, al contrario, non sono ancora del tutto chiare, come non è agevolmente identificabile la portata degli avvenimenti, ridimensionati dal governo in carica a “golpe regionale”. Leggi tutto “Dove sta andando l’Etiopia?”