Canna da zucchero e biocarburante il nuovo business spazza via le tribù etiopi

Etiopia: la generosa terra rossa dell’antica Sacra Alleanza oggi trasuda fatica, dolore, abbandono, pur mostrandosi in tutta la sua straripante bellezza primigenia. La valle dell’Omo, un’immensa distesa di 25mila chilometri quadrati che si espandono nel sud del Paese, è caratterizzata da una molteplicità di ecosistemi, culture e lingue. Gli abitanti, circa 700mila persone, appartengono ad almeno 16 distinti gruppi etnici, che hanno mantenuto fino a oggi uno stile di vita tradizionale. Il fiume Omo, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, è la principale risorsa per la popolazione locale. Il fiume, lì, ancora oggi, rappresenta la vita stessa. Per la finanza globale invece significa soldi. Così facoltose compagnie straniere lì oggi sviluppano colture intensive di canna da zucchero e di jatropha, palma, mais, utili per i nuovi biocarburanti che tanto vanno di moda in Europa. Per fare spazio al business, i Bodi, i Kwegu, i Suri e i Mursi sono stati sfrattati dalle loro case ancestrali e dalle loro terre e trasportati in campi di reinsediamento. Popoli che ora denunciano la fame, a causa dell’allontanamento dalle loro mandrie e del sistema d’irrigazione artificiale delle nuove piantagioni, che sta prosciugando il fiume. Là dove c’erano foreste naturali, pascoli estensivi, terreni fertili, zone d’insediamento umano, ora c’è la cosiddetta sedentarizzazione forzata. E questa non tiene in considerazione la storia, le abitudini, le tradizioni, i sentimenti dei popoli, che qui hanno da sempre vissuto. Almeno fino ad ora.

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