Giulietto Chiesa: un universo completamento inedito

margherita furlan

 

 

Dove sei? Sono 48 ore che non ti sento più al telefono e questo per me è davvero molto strano. Dì la verità, hai trovato il sistema di scappare dalle restrizioni italiane del Covid-19 e sei ad Antiparos, in terrazzo, a guardare il cielo e ad ascoltare le parole del vento. Beh, se volevi farti una vacanza avresti potuto avvisare. Che dici? Che ti sto facendo delle rivendicazioni? Ma no, dai, sei l’uomo più libero del pianeta Terra. O forse devo dire dell’universo?

Ti ricordi? Quando hai alzato le braccia al cielo e hai chiesto, guardando il Sole, “lasciatemi così, lasciatemi in pace”. Ora sei felice, mi pare di vederti mentre parli con qualcuno attorno a te di complessità dei sistemi; sereno perché questa volta hai trovato interlocutori che sono finalmente pane per i tuoi denti. Ne sono contenta. Davvero. Ma per quanto mi riguarda, permettimi, per una volta, di sollevare dei dubbi. Non avresti dovuto scrivere le tue memorie moscovite? Non lo lascerai mica a me questo compito, vero? Ti conosco: tu saresti in grado di chiedermi qualsiasi cosa, e magari riusciresti anche a convincermi!

 

Sei forte. Non per niente ti fai chiamare, almeno da me, Mr. F&F, felice e fortunato. Sì, ora lo possiamo dire, perché il tuo spirito ha donato conoscenze profonde all’umanità, e questo ti rende unico e libero. Sei arrivato qui per donare e ci hai insegnato persino il Kintsugi, la rara arte giapponese di riparare le ferite con la polvere d’oro. Ma quasi nessuno ti ha ascoltato: in molti – decisamente troppi – hanno “violentato e ucciso, senza nemmeno saperlo, Gea, la nostra Terra”, come tu stesso hai scritto (“Invece della Catastrofe”, ed. Piemme, 2013, pag. 5). Se ti avessimo ascoltato non avremmo mai vissuto nell’inganno globale. Ma ora che ci hai esposto il significato della vita, nella sua interezza – a tratti anche con toni quasi arcigni, seppur sempre con fraterna, vera e solidale amicizia – hai pensato di andare a riposarti. E ti capisco.

 

Cerchi una rivoluzione culturale globale, che muti persino il vocabolario delle parole comuni; che modifichi il modo di pensare, di consumare, di vivere; che stravolga il tempo degli uomini e lo subordini, finalmente, a quello dello spirito; che faccia rinascere a nuova vita la coscienza umana. Desideri una modificazione antropologica che apra le porte a un universo completamente inedito. Perché quello in cui ci troviamo ora, e di cui non siamo in grado di capire le regole, di valutare le sconvolgenti implicazioni, di misurare le molteplici velocità di mutazione, d’interferire sulle sue regole di accelerazione, che non prevedono, anzi respingono, un qualsiasi nostro intervento, come individui e come gruppi, è divenuto la nostra prigione, da cui non sappiamo uscire. E tu invece sei libero.

 

I padroni universali hanno avuto bisogno di ridurre il nostro “tasso di compensione”. E la questione concerne non soltanto le grandi masse che devono restare ignare, ma anche loro stessi, circondati di scienziati stupidi (specializzati a tal punto da non saper guardare oltre il centimetro quadrato del loro sapere, cioè da non poter vedere la complessità della crisi), di professori ignoranti e dogmatici (che imparano e insegnano le regole della “Mappa del Denaro”, ben descritta da Luigi Sertorio, ed. Aracne, 2018) e si fermano inorriditi di fronte ai contorni del disegno. D’altronde l’egemonia oggi si esercita con la violenza del pensiero unico. Una classe intellettuale mediatrice già è pronta. È quella dei gestori del messaggio, che riproducono la falsa coscienza, propagandano la realtà virtuale. Più in là non vanno. Perché non c’è dove altro andare.

 

E così è arrivata una bufera non improvvisa. Senza angeli e molto rumorosa. Anche un vento è arrivato a turbare la quiete lattiginosa della nostra vita. E suoni stridenti mai percepiti. Il dolore sembra una cosa del tutto nuova. Sgradevole. Tutti scalciano e si colpiscono reciprocamente. Non c’è più nessuna luce costante. Molti provano un sentimento di grande inquietudine. Dolore e —come chiamarla? — paura.

 

E in questa paura nemmeno io voglio starci, ma ora so dove posso incontrarti. Quando ne avrai voglia e tempo diamoci un appuntamento. Sono passate solo 48 ore ma già sento la mancanza delle nostre conversazioni sulla vita e sull’universo. Ti aspetto a quattro passi da Orione, sopra la tua terrazza. Se puoi, non tardare all’abboccamento, perché qui c’è il caos e io non so se posso governarlo come tu mi hai insegnato. E poi ricordati che già mi manchi, come sempre.

 

A presto Giulietto.