Aumenta il business delle armi italiane verso il Medio Oriente


Rwm, la fabbrica di bombe situata a Domusnovas in Sardegna, triplicherà la sua produzione e aprirà due nuovi reparti produttivi nel comune di Iglesias. La richiesta di autorizzazione all’ampliamento è stata formulata in modo che i due nuovi reparti impiegati nel processo di miscelazione, caricamento e finitura di materiali esplodenti non vengano inquadrati come impianti chimici, così da eludere le valutazioni d’impatto ambientale e il coinvolgimento della Regione Sardegna. La produzione passerà da 5mila a 15mila bombe all’anno. 

La fabbrica è una filiale dell’azienda tedesca di armamenti Rheinmetall, il cui presidente Papperger già a maggio scorso dichiarava, durante il consiglio di amministrazione, il rinnovo di investimenti per il sito di Domusnovas. I progetti di espansione oggi però vanno nella direzione contraria a quella indicata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che in relazione al caso Kashoggi ha minacciato di sospendere il commercio di armi con l’Arabia Saudita. Di fatto però la Merkel sa benissimo che in mancanza di una regolamentazione definita sulle filiali all’estero, le grosse aziende tedesche di armi possono continuare a commerciare impunite.

Le armi esportate dalla Sardegna hanno destinazione Arabia Saudita, petromonarchia impegnata dal 2015, con l’appoggio dell’Occidente, nella guerra nello Yemen, anche attraverso bombardamenti indiscriminati sulla popolazione, definiti da un rapporto ONU del gennaio 2017 “crimini di guerra”. Tra gli ordigni ritrovati dai ricercatori dell’Onu nel Paese più povero al mondo figurano anche le bombe prodotte dalla Rwm Italia.

“Anche lo Yemen era, prima della guerra, come la Sardegna, una regione che attirava turisti da tutto il mondo, ricorda il Comitato Riconversione Rwm in un comunicato datato 13 novembre. Pierpaolo Pasolini negli anni Sessanta lo definì il Paese più bello del mondo mentre la capitale Sana’a fu dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità”.

Ma se nelle dichiarazioni politiche viene messa in discussione la possibilità di commerciare con l’Arabia Saudita, nei fatti quando si parla di affari milionari, la solidarietà tra i Paesi coinvolti risulta più compatta che mai. Al prossimo G-20 di Buenos Aires sarà infatti presente il principe saudita Mohammed bin Salman, considerato da Washington, e quindi da tutto il mondo, il mandante dell’assassinio del giornalista Khashoggi. Dopo un certo imbarazzo, MBS verrà riaccolto da una comunità internazionale che non ha intenzione di perdere né una goccia di petrolio né una commessa militare di Ryadh.

In Italia la legge 185/1990 vieta “l’esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato”. Nonostante ciò, il governo a guida Pd l’anno scorso ha dato l’autorizzazione alla più grande commessa singola della storia del dopoguerra italiano: 411 milioni di euro di armamenti, prodotti dalla Rwm Italia, corrispondenti a circa 20mila bombe. Una commessa fortemente criticata dal Movimento 5 Stelle quando era all’opposizione. Ma oggi, nei primi sei mesi del 2018, l’export relativo a quella commessa è proseguito e ha fatto registrare vendite per 36 milioni di euro, di cui oltre 10 milioni solo a giugno, nei primi 30 giorni di vita del governo Conte.

Seguendo i dati Istat, straordinario è anche il dato relativo all’export di armi leggere dall’Italia verso l’Egitto. Nel 2015, l’interscambio commerciale tra i due Paesi è arrivato a superare i 7 milioni di euro. A febbraio 2016 esplodeva il caso Regeni e l’export di armamenti verso Il Cairo calava drasticamente: circa 1,5 milioni di euro nel 2016 e 2,1 milioni nel 2017. Il 2018 si è aperto in linea con i numeri registrati nel 2016: nei primi sei mesi l’Italia ha esportato armi in Egitto per 766mila euro. Poi però qualcosa di anomalo è successo e nel solo mese di giugno quasi 2 milioni di euro in armi hanno viaggiato dall’Italia al Paese del lungo Nilo.

L’esecutivo potrebbe obiettare che – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia – “sia nel caso dell’Egitto che in quello dell’Arabia Saudita, si tratta di accordi firmati molto probabilmente dai governi precedenti. Ma il governo ha la responsabilità di privilegiare l’aspetto economico sul rispetto dei diritti umani”, conclude Beretta, raggiunto da Il Fatto Quotidiano.

Luigi Di Maio, pochi giorni dopo lo scoppio del caso Regeni, chiedeva al governo Renzi “di sospendere immediatamente l’export di armi dall’Italia verso l’Egitto”. A settembre il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, annunciava, sempre via Facebook, un sollecito al ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, sull’export di armamenti verso i Saud. Ma il sottosegretario Guglielmo Picchi replicava immediatamente: “Il processo autorizzativo italiano per l’export di materiali di difesa con l’Arabia Saudita è rigoroso e coinvolge pienamente il ministero della Difesa. Se cambia l’indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale“. 

Business is business. What else?

Il ponte di Kerch destino dell’Europa

Nella giornata di ieri, domenica 25 novembre, tre imbarcazioni militari ucraine – un rimorchiatore e due cannoniere – hanno tentato di forzare lo stretto di Kerch. Allo sconfinamento nelle acque territoriali, la guardia costiera russa, dopo avere dato l’ordine di non muoversi, ha risposto speronando il rimorchiatore e danneggiandone i motori. Le altre due imbarcazioni della Marina militare ucraina stazionavano a sei miglia dal Ponte di Kerch. 

Mosca ha così disposto la chiusura temporanea dello Stretto – ora revocata per le navi commerciali dirette in Russia – mentre la Marina, dopo un breve conflitto a fuoco che ha provocato tre feriti, ha sequestrato le tre imbarcazioni e arrestato 23 marinai ucraini.

Riunitosi d’urgenza, il Consiglio Supremo di Difesa ucraino ha deciso il richiamo di parte della riserva delle forze armate e lo stato di massima allerta. Mentre quasi tutte le unità navali ucraine hanno preso il mare da Odessa, il ministero degli Esteri russo ha reso noto stamani, in un comunicato pubblico, che “la linea perseguita da Kiev in coordinamento con gli Stati Uniti e l’Unione europea, volta a provocare un conflitto con la Russia nelle acque del Mar d’Azov e del Mar Nero, potrebbe provocare gravi conseguenze. La Federazione russa, sottolinea il comunicato, reagirà fermamente a ogni tentativo di violare la sua sovranità e la sicurezza”.

Il presidente ucraino, Petro Poroshenko ha nel frattempo ratificato la legge marziale. Per trenta giorni quest’ultima permetterà a Kiev di limitare ulteriormente la libertà di stampa nel Paese e di rinviare le elezioni presidenziali previste a marzo. Si teme, in particolare modo, il rafforzamento degli attacchi bellici sul Donbass, mentre imperversano le proteste davanti alle sedi diplomatiche russe in tutta l’Ucraina. L’Osce riferisce che circa 70 persone, in gran parte giovani, si sono radunati davanti al consolato russo di Kharkiv lanciando fumogeni verso l’edificio e tentando di dare fuoco a cumuli di pneumatici. A Kiev, un’auto in dotazione ai funzionari russi è stata bruciata. Petardi sono stati lanciati contro il consolato di Odessa, davanti al quale si sono radunati un centinaio di manifestanti.

Mentre scriviamo, è in corso una seduta del Consiglio di sicurezza dell’Onu, richiesta da Mosca e a Bruxelles è appena terminata una riunione straordinaria della NATO con l’Ucraina, convocata dal Segretario generale Jens Stoltenberg, su istanza di Poroshenko. La NATO esprime “pieno sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, inclusi i suoi diritti di piena navigazione nelle sue acque territoriali secondo la legge internazionale. La Russia ha usato direttamente la forza militare contro l’Ucraina e deve comprendere che le sue azioni avranno delle conseguenze”, ha dichiarato Stoltenberg, senza precisare il tipo di risposta che potrebbe essere messo in atto. Il Segretario dell’Alleanza atlantica, che domani incontrerà il presidente del Parlamento ucraino, Andriy Parubiy, ha anche chiesto che le navi ucraine catturate dalla Russia siano liberate, così come il personale a bordo.

Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Russia ha denunciato “la violazione dei suoi confini”. Ma la maggioranza dei Paesi membri del Consiglio, con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa, hanno bocciato l’ordine del giorno di Mosca, continuando invece la discussione sulle rivendicazioni ucraine. “Gli Stati Uniti sarebbero favorevoli a una relazione normale con la Russia. Ma azioni illegali come questa lo rendono impossibile”. A dichiararlo, l’ambasciatrice americana, Nikki Haley, mentre il rappresentante ucraino, Volodymyr Yelchenko, ha chiesto di rafforzare le sanzioni contro la Russia perché, a suo dire, “Mosca non capisce nessun altro linguaggio”. Yelchenko ha precisato che l’Ucraina e il suo esercito “dovrebbero essere pronti per qualsiasi potenziale escalation.”

In ambito europeo, è della stessa opinione anche la Polonia che chiede, attraverso il presidente Andrzej Duda, all’Ue di irrigidire le sanzioni alla Russia. In mattinata il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, anch’egli polacco, ha dichiarato: “Condanno l’uso della forza da parte russa nel Mare di Azov. Le autorità russe devono restituire i marinai e le navi ucraine e astenersi da ulteriori provocazioni.” Tusk ha concluso: “L’Europa resta unita a sostegno dell’Ucraina”. L’Ue ha convocato nel pomeriggio una seduta straordinaria dei 28 ambasciatori del Comitato politico e di sicurezza (Cops) per discutere di quanto accaduto nel mar d’Azov. Secondo Downing Street, l’accaduto conferma “il comportamento destabilizzante” di Mosca nella regione e “la perdurante violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. Detto questo, Londra tuttavia sollecita “tutte le parti”, inclusa quindi Kiev, ad “agire con moderazione”. Da Parigi, alla vigilia della visita del capo della diplomazia russa, Sergej Lavrov, un portavoce del ministero degli Esteri francese ha dichiarato che “niente sembra giustificare questo impiego della forza dalla Russia”. Mentre da Madrid, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha proposto una mediazione franco-tedesca. Berlino e Parigi sarebbero infatti pronte a impegnarsi per evitare un ulteriore inasprimento del conflitto. Ma in Europa, le parole più dure provengono dall’Alto rappresentante della politica estera per l’Ue, Federica Mogherini, che ha chiesto alla Russia di allentare la tensione e di ripristinare la libertà di circolazione nello stretto. La situazione nel Mare di Azov, ha sottolineato la Mogherini, dimostra come le tensioni e l’instabilità possono alimentarsi “quando non si rispettano le norme basilari di cooperazione internazionale”. A tal proposito, l’Alto rappresentante ha sottolineato che la costruzione del ponte di Kerch, voluta dal presidente russo Vladimir Putin per collegare direttamente la Crimea alla Russia, è una “violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. L’Ue, ha precisato, “non riconosce l’annessione illegale della penisola di Crimea alla Russia”.

L’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin sembra dunque allontanarsi anche questa volta. Evidentemente i servizi segreti militari, la CIA e lo stato profondo americano hanno deciso di premere il piede sull’acceleratore, conoscendo a memoria tutte le reazioni delle cancellerie occidentali.

Quali armi chimiche? Le avete già tutte

 

Oltre cento persone sono rimaste intossicate nei quartieri residenziali della città di Aleppo, Khaldieh, Calle Nilo e Jameyit Zahraa, in un attacco al cloro perpetrato, sabato 24 novembre, dai terroristi di Jabhat al-Nusra. Il direttore del Dipartimento della Salute della città siriana, Ziad Hajj Taha, ha riferito all’agenzia di stampa governativa Sana che le persone colpite soffrono di asfissia e di altri sintomi tipici dell’avvelenamento provocato da sostanze chimiche. Le squadre speciali di esperti militari russi arrivate sul luogo dell’accaduto confermano alla stampa, attraverso la voce del rappresentante del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov che, secondo i dati preliminari, la popolazione sarebbe stata bombardata con “proiettili contenenti cloro”.

L’alto funzionario ha aggiunto che “la Russia intende discutere questo evento con la Turchia, Paese che, in base agli accordi di Astana, è garante del rispetto della cessazione delle ostilità da parte dell’opposizione armata nella de-escalation nel governatorato di Idlib.” Parole confermate dalla portavoce della diplomazia russa, Maria Zakharova, che chiede alla comunità internazionale la condanna incondizionata dell’attacco, “chiaramente volto a sabotare il processo di pace in Siria”, afferma, mentre il ministero degli Esteri siriano esorta il Consiglio di sicurezza dell’ONU a prendere misure contro i tagliagole. Ma l’Occidente resta immobile. “Lo standard è il solito”, spiega il capo della diplomazia iraniana, Javad Zarif: “Nessuna condanna, da parte di Washington e sudditi, se si crede che a usare le armi chimiche sia stato un qualche tipo di alleato”. Lo stesso ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, aveva in precedenza più volte osservato come Stati Uniti e tagliagole abbiano un obiettivo comune in Siria, il rovesciamento di Bashar al-Assad. “Gli Usa guardano all’Isis quasi come a un alleato nella lotta contro Damasco”, aveva detto Lavrov. A pensare male si fa peccato, cita un noto proverbio, ma forse non è un caso che la stampa internazionale, che in passato non ha esitato a condannare Damasco nonostante l’assenza di prove, oggi usi il condizionale. E non riprenda nemmeno le dichiarazioni rilasciate dal governatore di Aleppo, Hussein Diab, per cui “il recente attacco terroristico rappresenterebbe una conferma del fatto che i gruppi terroristici in Siria sono in possesso di arsenali di armi chimiche”.

Vista la grande confusione mediatica, facilmente generata non solo dall’assenza di fonti in loco ma anche dalla diffusa propaganda che tutti i Paesi hanno adottato nella narrazione della guerra siriana, cerchiamo allora di capire come possano circolare nel martoriato Paese medio orientale così tante armi chimiche.

L’industria chimica della Repubblica araba siriana era una delle più avanzate del Medio Oriente, sia in ambito civile che militare. I sistemi d’arma, in particolare, costituivano il nucleo principale della strategia di deterrenza della Siria nei confronti d’Israele ed erano generalmente tollerati dalla comunità internazionale. Ma a partire dal 2011 qualcosa cambiò nel quadro politico ed energetico del Medio Oriente e gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro la Siria in caso di utilizzo di armi chimiche. La presenza di gruppi terroristici nel Paese stava progressivamente aumentando. 

Il 19 marzo 2013 armi di fattura artigianale contenenti gas sarin furono utilizzate dai ribelli a Khan al-Assal, vicino ad Aleppo. Morirono 28 persone, tra cui 17 militari siriani, mentre più di 130 puomini subirono ferite di diversa gravità. Damasco premette affinché l’ONU indagasse sul caso. Ma gli esperti dell’ONU, guidati da Ake Sellstrom, un professore svedese, arrivarono in Siria troppo tardi, il 14 agosto 2013, ma in tempo per assistere, il 21 agosto dello stesso anno, nella zona orientale di Ghouta, a una grande provocazione con il gas sarin. Il numero dei morti e dei feriti non è ancora stato accertato con chiarezza. Allora, nel tentativo d’impedire un incombente intervento straniero in Siria, il presidente russo, Vladimir Putin, esortò la Siria ad aderire alla Convenzione sulle armi chimiche (CWC), che prevede l’obbligo per il Paese aderente di denunciare alla comunità internazionale il numero e il tipo di scorte chimiche presenti nel proprio territorio con il solo fine di eliminarle.

La Russia e gli Stati Uniti raggiunsero un accordo quadro a Ginevra il 14 settembre 2013. Seguirono una decisione del Consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e la risoluzione numero 2118 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un piano senza precedenti con l’obiettivo di rimuovere i componenti principali delle armi chimiche dal territorio siriano e di distruggerli definitivamente.

L’operazione internazionale per rimuovere le armi chimiche dalla Siria iniziò il 23 giugno 2014. 1.200 tonnellate di agenti tossici e 100 tonnellate di isopropanolo furono distrutte subito sul territorio. Le operazioni di distruzione a bordo della nave della marina militare statunitense Cape Ray iniziarono invece il 7 luglio 2014 per completarsi il 18 agosto 2014. Le scorie così ottenute dalle reazioni chimiche sono state successivamente utilizzate presso impianti industriali in Finlandia e in Germania mentre il metilfosfonilfluoruro (DF), utilizzato per la produzione del gas sarin, fu distrutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. 

Non sfuggirà all’osservatore attento come sulla nave Cape Ray gli USA abbiano avuto la possibilità di ottenere il pieno accesso alla formula e alla tecnologia di produzione del gas sarin siriano. Inoltre, quando, nel 2013, la Siria entrò a far parte dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, consegnò informazioni dettagliate sui metodi di produzione del gas sarin. E’ questo uno dei principali motivi per cui oggi possiamo affermare che non vi è nessuna certezza sulla provenienza del gas sarin che la comunità internazionale presume sia stato utilizzato il 4 aprile 2017 a Khan Sheikhoun. All’episodio seguì il lancio di 59 missili Tomahawk americani lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo sulla base aerea siriana di Al Shayrat.

La distruzione delle scorte chimiche avvenne fuori dal territorio siriano e fu completata a fine 2015, con un ritardo di quasi un anno a causa di guasti tecnici a Veolia, l’azienda statunitense incaricata di smaltire parte delle scorte. Il direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, Ahmet Uzumcu, annunciò ufficialmente il completamento della distruzione delle armi chimiche siriane il 4 gennaio 2016. 27 gli impianti di produzione di armi chimiche distrutti, ma l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche accertò l’avvenuto annientamento solo di 25 strutture, trascurandone due, i centri di ricerca di Barza e di Jamraya.

La decisione senza precedenti adottata in Siria durante l’83esima sessione dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche superò il quadro giuridico del Convenzione sulle armi chimiche e consentì l’accesso quasi illimitato alle strutture militari siriane. Nell’aprile 2014 fu istituita anche una commissione d’inchiesta (FFM) per favorire le indagini sul possibile uso di sostanze chimiche tossiche in Siria. Ma recentemente è emersa la tendenza a restringere il mandato della commissione, tanto che i presunti incidenti di armi chimiche che violano gli standard dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche sono ora investigati a distanza senza alcuna presenza sul territorio. Nessun campione viene quindi raccolto in loco, mentre la scelta di “testimoni” e di “vittime” che forniscono resoconti sugli eventi è discutibile. Le indagini consistono nell’analisi di rapporti, non verificati, provenienti spesso esclusivamente dall’opposizione governativa siriana e dai Caschi Bianchi. Due realtà distinte ma che, analogamente, ricevono finanziamenti sia dalla Gran Bretagna che dagli Stati Uniti. 

Creata nel 2015 nell’ambito della risoluzione 2235 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la commissione investigativa congiunta dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche  e dell’ONU (JIM) funziona in modo simile. Sinora ha elaborato sette rapporti. L’ultimo, datato 26 ottobre 2017, addossa la responsabilità del presunto attacco con gas sarin del 4 aprile 2017 a Khan Shaykhun sull’aviazione siriana, mentre l’ISIS viene accusato dell’attacco con gas mostarda del 16 settembre 2016 a Maarat Umm Hawsh. Gli investigatori non si sono però preoccupati di visitare i siti dei presunti attacchi chimici, citando preoccupazioni per la sicurezza, mentre le cosiddette prove fisiche e testimonianze sono state fornite alla commissione d’inchiesta da gruppi armati dell’opposizione siriana. Difficile quindi considerare le indagini obiettive e imparziali.

Così, mentre la comunità internazionale annaspa, i jihadisti, quasi usufruendo di un senso di impunità, utilizzano agenti tossici con sempre maggiore frequenza. Molti i laboratori sotterranei scoperti dalle coalizioni impegnate militarmente in Siria e utilizzati da Daesh e gruppi affiliati per fabbricare armi chimiche. Questi ultimi contano tra le loro fila ex ufficiali dei Paesi medio orientali che in passato lavoravano a programmi di produzione di armi chimiche, in Iraq, Libia e Siria. Sono dunque in possesso sia delle capacità tecniche che di quelle logistiche per produrre sostanze chimiche belliche, tanto da avere creato canali di approvvigionamento di vasta portata. 

E’ dunque evidente che la minaccia del terrorismo chimico permane non solo in Siria, ma anche in Iraq e in tutto il Medio Oriente. Ma se non tenuta a bada seriamente, potrebbe rischiosamente abbattersi anche sulla ricca Europa. 

L’espansionismo d’Israele è nei numeri

Solo nell’ultimo anno 30mila nuovi immigrati sono sbarcati in Israele. Da Washington si vede bene come i cristiani evangelici, grandi elettori del presidente Donald Trump, finanzino ormai circa un terzo della migrazione attuale degli ebrei verso Israele che ha oramai l’urgenza d’impostare un’espansione territoriale che vada al di là dei territori occupati illegalmente, in primo luogo la Cisgiordania e le alture del Golan, in territorio siriano. È dunque probabile che i primi a farne le spese — dato che i confini di Giordania, Egitto, Arabia Saudita sono molto meno penetrabili, per ragioni politiche oltre che militari — potrebbero essere gli abitanti delle alture del Golan, già occupate, come s’è detto, ma non ancora colonizzate. Altri territori vicini potrebbero diventare oggetto di queste attenzioni. Ma anche il Libano è tra i candidati all’invasione.

L’espansionismo d’Israele è nei numeri

 

Il consumismo è rivoluzionario

Ikea prevede di tagliare 7.500 posti di lavoro entro il 2020. La riduzione corrisponde a quasi il 5% del personale della Ingka Holding, che controlla il colosso svedese con 367 negozi in 30 nazioni e 160mila addetti. Ciononostante, nei prossimi due anni, il colosso svedese intende creare 11.500 nuovi posti di lavoro grazie a circa 30 nuovi touchpoint Ikea nei centri delle grandi città e a investimenti nell’espansione dell’e-commerce.
Gli esercizi commerciali del colosso svedese nell’arco dell’ultimo anno hanno ricevuto 838 milioni di visite, il 3% in più rispetto al 2017, mentre il sito web di Ikea ha visto il suo pubblico aumentare del 10%, con 2,4 miliardi di accessi online. La crescita del volume di affari nell’esercizio 2018 del 2% rispetto all’anno precedente, pari a 34,8 miliardi di euro, è dunque in larga parte frutto del mercato digitale. Evidente quindi, per l’amministratore delegato, Jesper Brodin, che una ristrutturazione del gruppo sia necessaria in risposta alle nuove sfide del mercato e ai cambiamenti osservati negli stili di vita, per cui “meno persone” hanno un’auto e “sempre più persone si trasferiscono in piccoli spazi”. “Continuiamo a crescere con forza – ha commentato Brodin – ma al tempo stesso riconosciamo che il panorama del retail si sta trasformando a un ritmo che non avevamo mai visto prima. Abbiamo dunque bisogno di semplificare una struttura in parecchie parti della sua organizzazione presenta ridondanze e sovrapposizioni di ruoli”.
L’annuncio del marchio dell’arredamento leader nel mondo che tanto ha fatto soffrire il design made in Italy basato sul modello della piccola impresa, giunge proprio nella settimana del black friday, la giornata più attesa dagli appassionati di shopping on line durante la quale è possibile approfittare di sconti e offerte su prodotti di ogni tipo, dall’abbigliamento all’hi-tech per finire ai voli aerei.
Il black friday dal lontano 1932 negli Stati Uniti apre ufficialmente la corsa ai regali natalizi, tradizionalmente il venerdì successivo al giovedì durante il quale si celebra il “Thanksgiving Day”. Oggi, per evitare le interminabili code, i clienti Amazon Prime di tutto il mondo possono festeggiare il black friday comodamente dal divano del salotto di casa accedendo in rete alle offerte lampo 30 minuti prima di tutti gli altri, e beneficiando delle spedizioni illimitate in un giorno senza costi aggiuntivi su oltre un milione di articoli e di consegne in 2-3 giorni su altri milioni di prodotti.
Il capitalismo nella sua essenza è rivoluzionario, ce ne eravamo dimenticati.

http://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/256-estero/72453-nell-era-del-black-friday-anche-per-ikea-e-arrivato-il-momento-dei-tagli-il-consumismo-e-rivoluzionario.html

Cambiamenti d’umore in Europa

Mentre a Parigi i grandi d’Occidente e il presidente russo, Vladimir Putin, pur divisi da conclamate tensioni, celebravano la fine della prima guerra mondiale, domenica 11 novembre a Varsavia, prospera capitale della sesta economia dell’Unione europea, si commemorava il centesimo anniversario dall’indipendenza della Polonia da Austria-Ungheria, Prussia e Russia.
Di fatto però la festa si è trasformata in una giornata di forte tensione e strane anomalie. Lungo le strade di Varsavia, infatti, le più alte cariche dello Stato hanno sfilato a pochi metri di distanza da centinaia di bandiere di tre movimenti della destra radicale e neofascista, che dal 2010 marciano nel pieno centro di Varsavia in occasione dell’11 novembre.
Nata come forma di protesta e prova di forza da parte di poche migliaia di nazionalisti, organizzata da Movimento Nazionale (Rn), Campo Radicale Nazionale (Onr) e Gioventù di tutta la Polonia (Mw), dal 2015 in poi alla Marsz Niepodległości (Marcia dell’Indipendenza) la partecipazione è cresciuta e si è allargata fino a raggiungere, quest’anno, circa 200mila persone. Tra chi ha sfilato domenica scorsa, con bandiere di movimenti della destra radicale e croci uncinate, c’erano famiglie, giovani coppie, suore e persino operai dei cantieri navali di Danzica, oltre a esponenti di movimenti dell’estrema destra europea. Folta e visibile le rappresentanza italiana di Forza Nuova, dell’ungherese Jobbik e del Partito Popolare Nostra Slovacchia. Presenti anche movimenti neofascisti spagnoli, francesi e svedesi. La Curia polacca, invece, per la prima volta, si è rifiutata di aprire i tradizionali festeggiamenti con la rituale messa per la Patria davanti alla sede del Parlamento. Un diniego che però non ha scoraggiato la componente ultra cattolica dei manifestanti che, tra striscioni anti-abortisti, ha celebrato una preghiera conclusiva dal palco accanto allo stadio nazionale.
Invano la sindaca uscente di Varsavia, l’ex presidente della Banca centrale, Hanna Gronkiewicz-Waltz, aveva vietato la Marsz Niepodległości per motivi di ordine pubblico. Immediato è stato il ricorso degli organizzatori al tribunale distrettuale che, nel giro di 24 ore, ha ribaltato la decisione del primo cittadino autorizzando il corteo. Nel frattempo, però, era già intervenuto il governo, annunciando una manifestazione ufficiale “aperta a tutti i polacchi”, per sostituire quella bandita dal sindaco e con la presenza del presidente Duda e del premier Morawiecki.

Domenica 11 novembre, così, come in un’apparente stato confusionale, a Varsavia si è dapprima svolta la consueta commemorazione ufficiale in piazza Piłsudski, alla presenza anche del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Poco dopo, nel primo pomeriggio, lungo la centrale via Jerozolimskie, hanno invece sfilato due cortei, separati soltanto dalle barriere della linea tramviaria. Da un lato, vi erano circa 5mila persone che partecipavano alla manifestazione governativa, dall’altro 200mila uomini e donne con croci uncinate in bella vista. Una scena paradossale nella foschia di un pomeriggio varsaviano resa ancora più fitta dal fumo prodotto da centinaia di bengala da stadio, illegali ma tollerati. Mezzo milione i partecipanti ipotizzati dal parlamentare ed ex fondatore del Movimento Nazionale (Rn), Robert Winnicki, che ha definito la manifestazione come “la più grande in Polonia dal 1989”.
Il presidente Duda, parlando da un veicolo militare, ha sottolineato come “sotto la bandiera polacca c’è spazio per tutti”. Forse a causa dei bengala non si è accorto delle tante bandiere dell’Unione europea bruciate e distrutte, forse per sempre, tra gli striscioni che recitavano “Morte ai nemici della madrepatria”e “Via dall’Europa”. [qui le immagini] “Questa marcia si è svolta nonostante l’opposizione della sinistra, dei liberali e persino dei tentativi del centrodestra di appropriarsene”, ha dichiarato a fine manifestazione il leader del Campo Radicale Nazionale, Tomasz Dorosz. Mentre Robert Bąkiewicz, presidente del comitato organizzatore, ha paragonato l’evento a una “gigantesca messa papale”, sostenendo che“l’Europa ha bisogno di una Polonia cattolica e forte”.
Anche a Varsavia dunque s’intravede la rottura degli immobili e anchilosati equilibri europei, in bilico tra forze conservatrici e social democratiche, ambedue usurate dall’inesorabile burocrazia e dall’austerity strangolante. Il gruppo di Viségrad (di cui la Polonia fa parte insieme a Cechia, Slovacchia e Ungheria) è d’altronde forte di ampi consensi anche per il suo no ai migranti e per la sua solidissima crescita economica. A Viségrad guardano anche Bulgaria e Austria: insieme agli Stati Uniti, tutti questi Paesi si dichiarano oggi pronti a non firmare il ‘Global Compact for Migration’, patto proposto dall’Onu per gestire i flussi migratori.
Ma Bruxelles, impegnata a studiare l’avvio delle procedure d’infrazione sullo stato di diritto di Ungheria e Polonia, sornionamente non si accorge che, dopo la crisi greca e dopo la Brexit, cambiamenti d’umore soffiano sui popoli. Basterebbe alzare lo sguardo oltre le poltrone per osservare l’arrivo, da più parti, di forti turbolenze politiche che sembrano delineare una prossima sostanziale modificazione di tutti i rapporti politici del Parlamento europeo, sebbene in forme imprevedibili. All’orizzonte molte sono le cose che debbono ancora accadere, e probabilmente l’Italia non ne sarà esentata.

Prescrizione, parla Piercamillo Davigo: ”Il sistema Italia è un’anomalia”

È l’Italia l’anomalia”. Non usa mezzi termini Piercamillo Davigo – oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ieri ex pm di Mani Pulite oltre che ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – per descrivere la necessità di una riforma giudiziaria che preveda un uso diverso dell’istituto giuridico della prescrizione nelle aule dei nostri tribunali.
Le attuali norme sulla prescrizione rendono in gran parte inutili i procedimenti penali per i reati puniti con pene pari o inferiori a sei anni di reclusione, ovvero la stragrande maggioranza. Riteniamo necessario un intervento legislativo sulla durata e sulla sospensione della prescrizione, in modo da evitare l’effetto distorto di ‘amnistia permanente’ che tale istituto ha assunto nel corso degli anni a causa di un sistema processuale farraginoso e di difficile gestione“. In una nota ufficiale, Autonomia e Indipendenza, la corrente della magistratura condotta dal magistrato, la posizione di Piercamillo Davigo è chiara. “Ciò avviene quotidianamente a discapito del diritto delle vittime di reato e degli imputati a un giudizio definitivo in tempi ragionevoli“, conclude la nota, che chiede anche altri interventi “sui quali da tempo si discute senza arrivare mai a risultati concreti”, al fine di velocizzare i processi e “scoraggiare impugnazioni meramente dilatorie”.
Amnistia strisciante” definisce Davigo la prescrizione in Italia. “Bisogna farsi delle domande prima di sostenere che vengono lesi i diritti dei cittadini, sottolinea il magistrato intervistato da ‘Il Fatto Quotidiano’. Quando in Italia hanno introdotto il nuovo codice di procedura penale, ci hanno raccontato che avremmo avuto il processo all’americana. Ebbene, sostiene Davigo ai microfoni di Gianni Barbacetto, negli Stati Uniti la prescrizione si blocca con l’inizio del processo.” Mentre in Italia “abbiamo un sistema giudiziario in cui un imputato condannato in primo grado fa appello per avere ridotta la pena, ma sperando in realtà di non scontare alcuna pena, neppure ridotta, perché tanto arriverà la prescrizione. Negli Stati Uniti, prosegue Piercamillo Davigo, il 90 per cento degli imputati si dichiara colpevole, se lo è, perché ha interesse a limitare i danni”.
C’è però ancora un’altra questione che non viene affrontata, ricorda Davigo: “In Italia, chi fa appello può avere la pena cambiata solo in meglio. Questo, per esempio in Francia, non c’è. Infatti in Francia solo il 40 per cento delle sentenze di condanna a pena da eseguire viene appellato, mentre in Italia il 100 per cento: ti conviene e non rischi nulla”.
Nella convinzione che non ci siano mai state “riforme organiche in questo Paese” Davigo in queste ore suggerisce anche un percorso che passi per misure più mirate, indirizzate esclusivamente ai reati con sanzioni pari o al di sotto dei 6 anni. Oppure una proposta centrata sui dati dei reati che più si prescrivono in appello e Cassazione: tra questi, gli abusi edilizi, la ricettazione, i furti. “Tutti questi processi non li possiamo fare”.
Per quanto riguarda il blocco della prescrizione, si può scegliere tra il momento della richiesta del rinvio a giudizio, come propone il procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, o dopo l’avvenuto rinvio a giudizio, spiega Davigo, ma il vero problema è che “da noi la prescrizione non parte da quando il pm acquisisce la notizia di reato, ma da quando il fatto è avvenuto. Così le Procure della Repubblica scoprono molti casi che sono successi magari 4 o 5 anni prima, che si prescrivono in 7 anni e mezzo e con solo 2 anni e mezzo per fare le indagini e celebrare tre gradi di giudizio. Impossibile. Sarebbe lavoro inutile, così le Procure li lasciano prescrivere per dedicarsi a inchieste più utili. Poi c’è comunque un imbuto tra Procura e Tribunale: a Roma la Procura ha 60 mila processi pronti da mandare a giudizio, ma il Tribunale di Roma ne può accettare soltanto 12 mila l’anno.” Una soluzione, secondo il magistrato, è dunque “depenalizzare drasticamente il sistema giudiziario.
Ai critici che sostengono che la proposta del Guardasigilli Bonafede potrebbe allungare ancor di più la durata dei processi, Davigo risponde che è vero il contrario: “Se si taglia la prescrizione i processi si accorciano”. I processi in Italia durano tanto perché ce ne sono troppi. E una causa è che ci sono troppi appelli e ricorsi in Cassazione, fatti in attesa che arrivi la prescrizione. Altra causa è che alcuni comportamenti che ridurrebbero la durata dei dibattimenti non sono attuati, perché per gli imputati e loro avvocati, ricorda Davigo, è più conveniente puntare sulla prescrizione del reato”.

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El Chapo: un giurato si ritira e il processo slitta

Si apre, in una New York blindata, tra straordinarie misure di sicurezze, il processo contro “El Chapo”, al secolo Joaquin Guzman, il re dei narcotrafficanti, secondo – quanto a notorietà – forse solo a Pablo Escobar. Tutti i riflettori sono puntati sulla Corte federale di Brooklyn e lo stato di allerta è massimo. E da subito vanno in scena effetti speciali: la prima udienza è stata rinviata ancora prima d’iniziare, a causa di un problema che avrebbe coinvolto un membro della giuria. Secondo i media statunitensi, uno dei giurati si è ritirato poco prima dell’inizio del processo, ma il mistero sulle motivazioni permane.
Il giudice ha quindi dovuto rintracciare una sostituzione all’ultimo minuto.
Pochi giorni fa, prima che il processo iniziasse, uno dei giurati era stato escluso dallo stesso giudice. Il motivo sembra surreale: aveva chiesto all’imputato un autografo. Quando il magistrato Brian Cogan gli ha chiesto il perché lui ha risposto impassibile: “Sono un suo fan”.
E non è l’unico. Il narcotrafficante nello stato del Sinaloa, in Messico, è infatti idolatrato da parte della popolazione, che lo paragona a Robin Hood, grazie anche ad alcuni episodi che appaiono alla cronaca quantomeno romanzati. Uno tra tutti la sua ultima evasione, nel 2015, avvenuta attraverso un tunnel sotterraneo lungo circa un chilometro e mezzo, scavato da alcuni complici dall’esterno. In realtà anche grazie alla complicità di alcune delle guardie carcerarie.
I giurati dovranno ascoltare più di dodici testimoni ma la procura sta cercando di tenere nascoste le identità sia dei giurati che dei testimoni per evitare ritorsioni nei loro confronti o tentativi di corruzione: testimoniare contro El Chapo potrebbe essere molto pericoloso, come è alto anche il rischio che qualcuno vicino a Guzman offra loro del denaro per alleggerire la pena.
Durante l’udienza preliminare è stato anche vietato l’ingresso del pubblico in aula e in rappresentanza dei numerosi giornalisti assiepati davanti alla Corte, soltanto cinque di loro, estratti a sorte, verranno fatti entrare di volta in volta. Per limitare i problemi di sicurezza, El Chapo potrebbe trascorrere i giorni in cui si celebrano le udienze in un posto diverso dall’istituto di massima sicurezza di Manhattan dove è detenuto da quasi due anni. I suoi spostamenti verso la corte, infatti, necessitano della chiusura del ponte di Brooklyn, paralizzando di fatto una parte della città.
El Chapo, che oggi ha 61 anni, deve rispondere di 17 capi d’accusa, che vanno da numerosi omicidi di cui sarebbe direttamente responsabile al traffico di droga, dal possesso illegale di armi da fuoco al riciclaggio di denaro. Nel corso della sua carriera avrebbe smerciato ben 200 tonnellate di cocaina, diffusa tra Nord e Sudamerica e diversi paesi europei.
“Sono pronto a difendere il nostro cliente e non ho niente da dimostrare”, ha detto uno degli avvocati deEl Chapo. La strategia difensiva, evidenzia il quotidiano El Universal, è quella di collocare El Chapo in un rango inferiore nella linea di comando del Cartello di Sinaloa, la potente organizzazione criminale messicana e di ritrarlo come “una figura mitologica” usata dal governo messicano come “capro espiatorio” per alcuni gravi fatti di sangue della storia recente del paese.

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