Giulietto Chiesa: un universo completamento inedito

margherita furlan

 

 

Dove sei? Sono 48 ore che non ti sento più al telefono e questo per me è davvero molto strano. Dì la verità, hai trovato il sistema di scappare dalle restrizioni italiane del Covid-19 e sei ad Antiparos, in terrazzo, a guardare il cielo e ad ascoltare le parole del vento. Beh, se volevi farti una vacanza avresti potuto avvisare. Che dici? Che ti sto facendo delle rivendicazioni? Ma no, dai, sei l’uomo più libero del pianeta Terra. O forse devo dire dell’universo?

Ti ricordi? Quando hai alzato le braccia al cielo e hai chiesto, guardando il Sole, “lasciatemi così, lasciatemi in pace”. Ora sei felice, mi pare di vederti mentre parli con qualcuno attorno a te di complessità dei sistemi; sereno perché questa volta hai trovato interlocutori che sono finalmente pane per i tuoi denti. Ne sono contenta. Davvero. Ma per quanto mi riguarda, permettimi, per una volta, di sollevare dei dubbi. Non avresti dovuto scrivere le tue memorie moscovite? Non lo lascerai mica a me questo compito, vero? Ti conosco: tu saresti in grado di chiedermi qualsiasi cosa, e magari riusciresti anche a convincermi!

 

Sei forte. Non per niente ti fai chiamare, almeno da me, Mr. F&F, felice e fortunato. Sì, ora lo possiamo dire, perché il tuo spirito ha donato conoscenze profonde all’umanità, e questo ti rende unico e libero. Sei arrivato qui per donare e ci hai insegnato persino il Kintsugi, la rara arte giapponese di riparare le ferite con la polvere d’oro. Ma quasi nessuno ti ha ascoltato: in molti – decisamente troppi – hanno “violentato e ucciso, senza nemmeno saperlo, Gea, la nostra Terra”, come tu stesso hai scritto (“Invece della Catastrofe”, ed. Piemme, 2013, pag. 5). Se ti avessimo ascoltato non avremmo mai vissuto nell’inganno globale. Ma ora che ci hai esposto il significato della vita, nella sua interezza – a tratti anche con toni quasi arcigni, seppur sempre con fraterna, vera e solidale amicizia – hai pensato di andare a riposarti. E ti capisco.

 

Cerchi una rivoluzione culturale globale, che muti persino il vocabolario delle parole comuni; che modifichi il modo di pensare, di consumare, di vivere; che stravolga il tempo degli uomini e lo subordini, finalmente, a quello dello spirito; che faccia rinascere a nuova vita la coscienza umana. Desideri una modificazione antropologica che apra le porte a un universo completamente inedito. Perché quello in cui ci troviamo ora, e di cui non siamo in grado di capire le regole, di valutare le sconvolgenti implicazioni, di misurare le molteplici velocità di mutazione, d’interferire sulle sue regole di accelerazione, che non prevedono, anzi respingono, un qualsiasi nostro intervento, come individui e come gruppi, è divenuto la nostra prigione, da cui non sappiamo uscire. E tu invece sei libero.

 

I padroni universali hanno avuto bisogno di ridurre il nostro “tasso di compensione”. E la questione concerne non soltanto le grandi masse che devono restare ignare, ma anche loro stessi, circondati di scienziati stupidi (specializzati a tal punto da non saper guardare oltre il centimetro quadrato del loro sapere, cioè da non poter vedere la complessità della crisi), di professori ignoranti e dogmatici (che imparano e insegnano le regole della “Mappa del Denaro”, ben descritta da Luigi Sertorio, ed. Aracne, 2018) e si fermano inorriditi di fronte ai contorni del disegno. D’altronde l’egemonia oggi si esercita con la violenza del pensiero unico. Una classe intellettuale mediatrice già è pronta. È quella dei gestori del messaggio, che riproducono la falsa coscienza, propagandano la realtà virtuale. Più in là non vanno. Perché non c’è dove altro andare.

 

E così è arrivata una bufera non improvvisa. Senza angeli e molto rumorosa. Anche un vento è arrivato a turbare la quiete lattiginosa della nostra vita. E suoni stridenti mai percepiti. Il dolore sembra una cosa del tutto nuova. Sgradevole. Tutti scalciano e si colpiscono reciprocamente. Non c’è più nessuna luce costante. Molti provano un sentimento di grande inquietudine. Dolore e —come chiamarla? — paura.

 

E in questa paura nemmeno io voglio starci, ma ora so dove posso incontrarti. Quando ne avrai voglia e tempo diamoci un appuntamento. Sono passate solo 48 ore ma già sento la mancanza delle nostre conversazioni sulla vita e sull’universo. Ti aspetto a quattro passi da Orione, sopra la tua terrazza. Se puoi, non tardare all’abboccamento, perché qui c’è il caos e io non so se posso governarlo come tu mi hai insegnato. E poi ricordati che già mi manchi, come sempre.

 

A presto Giulietto.

Perché le truppe di invasione USA rimangono in Siria?

margherita furlan

Le immagini divulgate da Press TV parlano più di ogni parola.

“Blood for Oil” è l’operazione – così battezzata dal sito americano Daily Beast – con cui Donald Trump spedisce in Siria 2 mila uomini con trenta carri armati modello Abrams per fare la guardia ai pozzi petroliferi di Der ez-Zor, nell’est della Siria controllato dalle milizie curde.

Trump ha così prima trasferito dalla Siria all’Iraq mille uomini per poi rispedirne 2 mila a Deir ez-Zor per circa 24 mila barili di petrolio al giorno – contro i 350mila del livello pre-bellico nel 2011, un quantitativo anche allora modesto e destinato in gran parte al consumo interno. Il vicino Iraq, invece, produce 5-6 milioni di barili al giorno di ricco oro nero. Il Paese, con 150 miliardi di barili di riserve, è una cassaforte di energia, così come l’Iran, che ha le seconde riserve di gas al mondo dopo la Russia. Ma, disgraziatamente per l’Europa, è sotto embargo americano.

“Ci prenderemo il petrolio siriano per evitare che cada in mano all’Isis e lo daremo alle nostre compagnie”,

ha dichiarato il presidente Donald Trump dopo l’ennesima morte annunciata del Califfo Al Baghadi.

Ma secondo le immagini fornite dal ministero della Difesa russo, il petrolio siriano, sia prima che dopo la sconfitta dell’Isis, è stato costantemente estratto e inviato con ingenti quantitativi di autocisterne fuori dalla Siria, sotto la protezione dei militari americani e delle compagnie militari private. La produzione e la raffinazione del greggio è realizzata con attrezzature fornite dalle principali società occidentali aggirando tutte le sanzioni americane, mentre le operazioni di esportazione sono eseguite dalla società Sadcab, controllata dagli americani stessi. Un vero e proprio contrabbando di petrolio, il cui ricavato secondo l’intelligence russa, supererebbe i 30 milioni di dollari al mesi, soldi che finirebbero direttamente sui conti privati delle compagnie di contractors statunitensi. E Langley dovrebbe saperlo bene, a quanto pare.

Così, in violazione di ogni legge internazionale, Washington rende chiaro che impedirà la costruzione di qualunque pipeline che dall’Iran, attraversando l’Iraq, raggiunga la Siria e il Mediterraneo, motivo quest’ultimo che, tra l’altro, è una delle vere cause per cui è scoppiata la guerra per procura in Siria.

Ma la bandiera USA sui pozzi siriani è anche un inequivocabile messaggio che Washington manda contemporaneamente all’Europa, alla Russia e alla Turchia. Gli USA vogliono controllare il flusso delle risorse energetiche e determinare le quote di potere economico e politico degli Stati della regione medio orientale ma anche della Russia e della Turchia, Paesi che, dopo avere inaugurato il Turkish Stream che approderà in Europa attraverso i Balcani, hanno protestato duramente quando gli Stati Uniti hanno occupato i pozzi siriani.

“Ogni goccia di petrolio vale una goccia di sangue”,

diceva Lord Curzon che alla fine della prima guerra mondiale decise il destino dei pozzi iraqueni di Mosul e Kirkuk. Fu quello il primo tradimento dei curdi misurato in barili di petrolio. Ma questa volta Mosca sembra non avere intenzione di stare semplicemente a guardare.

Il mercato dei bambini mai nati: Big Pharma, vaccini e il traffico dei feti abortiti

Si chiama “kinky” ed è l’ultima moda che avanza negli Stati Uniti: concepire un figlio per abortire. Un giovane uomo, intervistato dall’Associated Press, ha serenamente raccontato la propria esperienza di vita:

“La mia ragazza ama essere messa incinta e le piace abortire. Non ha mestruazioni e quindi è sessualmente molto attiva. Negli ultimi dieci anni abbiamo abortito sette volte.”

Non è un film dell’orrore ma la realtà, che, come spesso accade, supera qualsiasi fantasia, a volte persino quelle di orwelliena memoria. Ma non è finita qui.

I feti così generati e poi abortiti vengono solitamente utilizzati come pezzi di ricambio e fatti nascere normalmente alla ventesima settimana di gravidanza. Successivamente, da essi saranno prelevati gli organi già formati, in particolare il fegato.

I consultori famigliari americani, come il Planned Parenthood Institute, dapprima aiutano le donne a interrompere la gravidanza. E subito dopo, a porte semichiuse, inizia un percorso molto redditizio. Il feto abortito viene sezionato in diverse parti, fegato, rene, timo, pelle, che vengono vendute. Un fegato può costare fino a 350 dollari. In un video girato “undercover” all’interno del Planned Parenthood dall’organizzazione pro life Center for Medical Progress, appare anche il listino prezzi dell’impresa Da Vinci Biosciences, una ditta d’intermediazione di tessuti fetali: 750 dollari per il cervello del feto, 500 per le ghiandole linfatiche, 350 per un rene.

Il mercato è proficuo e il Dr. Jörg C. Gerlach, chirurgo sperimentale dell’Università di Pittsburgh, ha sviluppato una tecnica apposita per prelevare, da feti partoriti vivi a seguito di aborto tardivo, fegati incontaminati.

Il cosiddetto “protocollo” di Gerlach per la raccolta del fegato è utilizzato per i trapianti sperimentali di cellule staminali secondo le “Current Good Manufacturing Practice”, o cGMP, linee guida sviluppate dalla U.S. Food and Drug Administration (FDA), un altro ramo della HHS (Dipartimento della Salute e dei servizi umani degli Stati Uniti). Secondo le pubblicazioni mediche, generalmente le procedure di vivisezione si svolgono nell’Università di Pittsburgh e sono finanziate dal NIH (Istituto Nazionale Sanitario) con ben 2 milioni di dollari dal 2011.

 

| Quali sono le aziende interessate? |

Secondo gli studi della Commissione Giustizia del Senato americano gli istituti StemExpress, Advanced Bioscience Resources, Novogenix Laboratories, Planned Parenthood Mar Monte, Planned Parenthood Los Angeles, Planned Parenthood Northern California, Planned Parenthood of the Pacific Southwest vendono, pezzo per pezzo, i feti abortiti alle grandi case farmaceutiche, naturalmente senza rispettare la legge americana. Ma evidentemente la richiesta è alta.

 

| Come mai l’interesse commerciale è così alto? |

Facciamo una piccola premessa.

I vaccini nascono dal principio secondo cui il sistema immunitario ha “memoria” delle precedenti “battaglie vinte” contro virus e batteri. Pertanto, se si offrono al sistema immunitario virus o batteri morti, o indeboliti quel tanto che basta da renderli riconoscibili e tenerne così memoria, si prepara l’organismo ad affrontare la vera infezione che potrebbe scatenarsi in futuro. Ma occorre produrli “in serie”. Come? I batteri si riproducono spontaneamente per mitosi. Pertanto sono sufficienti delle colture per il loro inserimento nei vaccini. I virus invece non sono in grado di riprodursi autonomamente ma necessitano di un altro organismo vivente per impiantargli il proprio codice genetico e così perpetrare la propria specie. Per riprodurre il virus indebolito o tramortito che occorre per sviluppare l’effetto immunizzante servono dunque catene cellulari vive su cui il virus si vada a replicare. Per far questo, vengono usate cellule di feti umani vivi ma abortiti, che vengono poi riprodotte in laboratorio.

In effetti, i vaccini, in particolare quelli pediatrici, contengono, tra l’altro, metalli pesanti, formaldeide, antibiotici, ma anche sostanze molto meno note – perché coperte dal segreto industriale – che si nascondono dietro sigle e acronimi: MRC-5, WI-38 e Vero, nient’altro che linee cellulari tutte nelle mani della ATCC®, la più grande organizzazione al mondo che si occupa di risorse e materiali biologici.

Da oltre mezzo secolo ricercatori di ogni parte del mondo lavorano alacremente per tenere in vita cellule fetali che serviranno a Glaxo, Sanofi e Merck per la produzione di vaccini.

Forse il numero dei vaccini di cui il mondo ha bisogno sta crescendo a tal punto che è necessario aumentare il numero degli aborti? A pagamento, ovviamente.

 

| Esiste anche in Italia questo mercato? |

La domanda sorge spontanea: ci sono istituti che vendono più o meno sottobanco organi fetali alle compagnie italiane che producono vaccini, risparmiando sulle cellule coltivate in vitro?

Non ne abbiamo certezza ma è di pochi giorni fa la notizia che 15mila famiglie italiane non sanno che fine ha fatto il sangue del cordone ombelicale del proprio figlio, affidato per la crioconservazione alla banca privata delle staminali Cryo-Save Italia, fallita nel luglio scorso. I campioni sarebbero stati affidati, in seguito a un subappalto, a una società terza, la Pbkm, che ha sede a Varsavia, in Polonia. Da allora, però, nessuno sembra essere riuscito ad avere informazioni più precise, né a sapere se e fino a quando sarà garantita la crioconservazione dei campioni nonostante i pagamenti già avvenuti (circa 2.500 euro a campione). Impossibile comunicare con la società tramite i consueti canali telefonici, anche le mail cadono nel vuoto. Così, in un mondo che corre sempre più veloce sui binari della pazzia collettiva, circa duemila persone si sono raccolte nel gruppo Facebook “Genitori Cryo-Save”, per cercare qualche tutela.

Negli stessi istanti, dall’altra parte dell’Oceano, una coppia sta facendo “kinky”. Ok, il prezzo è giusto?

SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE 

Una miriade di colori, profumi, emozioni mi sorprende appena arrivata ad Addis Abeba. L’immagine di una mamma che prende a calci la figlia del marito, già maggiorenne e in lacrime, nel silenzio del padre e senza che nessuno quasi se ne accorga, mi colpisce il cuore all’uscita dell’aeroporto. La città è in piena ricostruzione (o forse è meglio usare il termine “costruzione”). Le aziende cinesi dominano il mercato e lentamente si vedono levarsi verso il cielo grattacieli orribili, in mezzo alle baracche. Baracche piccole, medie, sporche, bianche, celesti, con le parabole sui tetti, sul greto del fiume, tra i sassi, tra i pali della corrente lasciati per terra, tra le pozzanghere, tra i tanti negozi di carabattole varie, tra i poliziotti armati che non vogliono essere fotografati; baracche nella miseria più nera. E nient’altro più. [Galleria all’interno] Leggi tutto “SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE “

Etiopia: Lucy è rimasta senza i diamanti. Dal nuovo schiavismo allo sfruttamento minorile

In Etiopia, culla dell’umanità, nell’Afar Triangle, il 24 novembre 1974, il paleoantropologo Donald Johanson scoprì lo scheletro più completo di un antenato umano antico, un australopiteco di oltre 3,2 milioni di anni.

La sera stessa aveva già un nome, Lucy, suggerito dalle note di “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles. In Etiopia il reperto è invece conosciuto come Dinqinesh, che in lingua amharica significa “sei meravigliosa”.

Dal 2007 lo scheletro fossile e i reperti a esso associati furono esposti negli Stati Uniti in una mostra intitolata “L’eredità di Lucy: i tesori nascosti dell’Etiopia”. Lucy fu riportata in Etiopia da Barack Obama solo nel 2013, quando l’Impero d’Occidente, già in decadenza, decise d’investire lì, nel cuore del Corno d’Africa.

 

| Sviluppo sostenibile? |

Oggi l’Etiopia ospita una popolazione stimata in circa 110 milioni di abitanti – il 60% sotto i 25 anni – divisi in più di 80 tribù e da 90 lingue differenti. Le continue rivalità tra le etnie fanno dell’Etiopia il Paese con il più alto numero di rifugiati interni al mondo, 3 milioni di persone – un fenomeno che supera persino la realtà siriana, secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA).

Attualmente sono 8,13 milioni le persone nel Paese del Corno d’Africa che necessitano di aiuti alimentari, mentre 10,5 milioni di etiopi sono privi dell’accesso all’acqua potabile.

Nel 2015 il FMI decise la grande svolta, inserendo l’Etiopia nella lista delle cinque economie con i tassi di crescita più elevati al mondo e permettendo così al governo di Addis Abeba di varare il piano quinquennale 2016-2020 attualmente in vigore, il Growth and Transformation Plan (GTP II), che da priorità alle esportazioni della manifattura, in particolare agro-industria e tessile, e all’infrastrutturazione, produzione e distribuzione di energia da fonti diversificate. Tuttavia, il PIL del Paese, nonostante la crescita tra il 2005 e il 2016 a tassi medi annui di oltre il 10%, oggi sfiora i soli 783 $ pro capite.

Dato l’alto tasso di povertà delle aree rurali, attraversate oggi da un modello non inclusivo di agricoltura fondato su coltivazioni commerciali di vasta scala e sottoposto a pressioni insostenibili per un territorio molto vulnerabile, la crescita demografica si associa al fenomeno dell’urbanizzazione, alimentando marginalizzazione, discriminazioni e tensioni.

 

|Dal nuovo schiavismo allo sfruttamento minorile |

L’integrazione dell’Etiopia nell’economia mondiale sta passando soprattutto per la transizione da un rapporto privilegiato con l’Europa a relazioni sempre più strette con l’Asia (in particolare con la Cina) e, anche se solo in parte, con gli altri Paesi africani.

La specializzazione produttiva resta però ancora concentrata in pochi settori, anzitutto quelli legati alle risorse pregiate del suolo e del sottosuolo, che non offrono opportunità d’impiego a una popolazione così giovaneIn forte crescita è il comparto tessile.

L’obiettivo di Addis Abeba è attrarre investimenti stranieri per creare il “Made in Etiopia” e aumentare così il fatturato delle esportazioni di abbigliamento da 145 milioni a un miliardo di dollari all’anno.

Grazie anche ai livelli salariali di base, inferiori a quelli di qualunque altro Paese produttore di abbigliamento. I dipendenti etiopi, secondo uno studio pubblicato dal New York University Stern center for business and human rightslavorano per 26 euro al mese in media (750 birr), meno di un terzo degli stipendi dei lavoratori del Bangladesh.

Appena qualche mese fa, anche un’altra inchiesta, condotta dall’organizzazione per i diritti dei lavoratori Workers rights consortium, denunciava che gli operai e le operaie etiopi che fabbricano abiti per la compagnia statunitense Phillips-Van Heusen Corporation (Pvh) – che a sua volta produce per Tommy Hilfiger, Izod e Calvin Klein – sono anche sottoposti ad abusi.

Nel parco industriale di Hawassa, un distretto specializzato nel sud dell’Etiopia, oggi sono impiegati circa 25 mila operai e il governo punta a 60 mila assunzioni. Qui si producono vestiti di grandi marchi venduti in Occidente: H&M, Calvin Klein, Levi’s, Gap, Tommy Hilfiger, Calzedonia, Decathlon tra i tanti. 80 le multinazionali che vi operano, provenienti da 11 Paesi.

La maggior parte dei lavoratori sono giovani donne provenienti da famiglie povere; non possono permettersi alloggi adeguati, cibo o mezzi di trasporto. Di norma dividono una stanza in quattro persone, senza bagno né impianto idrico interno, e appoggiano i materassi sul pavimento. Non hanno soldi a sufficienza per mangiare due pasti al giorno così spesso svengono durante i turni di lavoro.

Sulla base del modello capitalistico, d’altronde, l’afflusso di lavoratori ha causato una grave inflazione nella regione circostante al parco industriale. I prezzi per le lenticchie o per la farina di teff, elemento indispensabile per l’enjera, piatto base della cucina etiope, sono volati alle stelle. Mentre l’affitto delle abitazioni è salito da 400 birr ($ 14) al mese fino a toccare i 1.500 birr (oltre $ 52). D’altro canto, le promesse del governo di costruire dormitori in prossimità delle aziende sono rimaste vane parole.

Nè la Banca Mondiale per ora si è fatta avanti nel fornire prestiti alle compagnie produttrici al fine di garantire un letto ai lavoratori. Sono così necessarie ore di cammino alle giovani donne che, dopo i turni di lavoro, rientrano a dormire in qualche remota stanza, al buio. In conseguenza alle miserrime condizioni di vita dei lavoratori, si sono visti i primi scioperi che comunque, data anche la debolezza dei movimenti sindacali appena nati, non hanno inficiato la produttività, sulla quale invece incide l’assenza di una catena di approvvigionamento nazionale.

A due anni dalla creazione del distretto tessile di Hawassa, l’Etiopia deve ancora importare tutto, dai bottoni alle stoffe. Il Paese sta dunque vendendo solamente manodopera a basso costo, come in Bangladesh, e questo non potrà portare a ricchezza agognata né l’indipendenza dalle grandi compagnie straniere, che, nel frattempo, hanno trovato un nuovo modo per aumentare i loro profitti. Il costo di produzione di una t-shirt fatta in Etiopia è inferiore a un euro. Nell’opulento Occidente, dove il necessario viene spesso confuso con il superfluo, come il benessere con il consumismo compulsivo, la stessa maglietta può facilmente essere venduta, nei negozi dalle vetrine colorate, a circa cento euro.

 

| La silenziosa competizione per il potere |

È possibile modificare i tassi di sviluppo, spesso ci si chiede, e giungere a una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro?

Forse, ma lo stato di equilibrio globale, alla luce di quanto abbiamo visto in Etiopia, dovrebbe probabilmente essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte e che ognuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano. Altrimenti ci sarà sempre qualcuno pronto ad aprire uno squarcio nelle tradizioni e nella storia dei popoli, così diversi tra loro, per acquisire posizioni di maggior potere.

Nel frattempo, molti di noi, in Europa, portano addosso il frutto del lavoro dei bambini etiopi. D’altronde chi può sapere a chi sono stati commissionati parti dei nostri capi d’abbigliamento, magari per conto di aziende che fanno da tramite?

La maggioranza della popolazione nel Paese più grande del Corno d’Africa vive infatti in contesti rurali. Qui sono i bambini a lavorare nei telai manuali, con le loro piccole mani, in abitazioni fatte di paglia e fango, mentre le madri vanno in cerca di cibo e di acqua.

In queste zone il lavoro minorile è ancora la norma, come la condizione di malnutrizione cronica, di cui soffre circa il 51% dei bambini, e che incide pesantemente sullo sviluppo fisico e cognitivo. L’istruzione non è obbligatoria. Non può esserlo vista la carenza di strutture. Così, per sfuggire al duro lavoro, sempre più bambini scappano dalle abitazioni rurali, fatte per lo più di paglia e di fango, e si dirigono nelle città. Da soli e vulnerabili, non ricevono alcun sostegno statale. Migliaia di bambini, nelle intersezioni soffocate dal traffico, vendono sigarette e chewing gum; altri mendicano. Nelle loro mani molte sono le bottiglie di plastica riempite di colla da inalare per non sentire la fame. La sostanza è facile da ottenere: i souk la vendono in bottiglie di plastica a 10 birr e non vi sono limiti di età.

 

| L’urbanizzazione forzata non è benessere |

L’ultimo sondaggio ufficiale è stato condotto nel lontano 2010: anche allora c’erano 12mila bambini che vivevano non accompagnati nelle strade di Addis Abeba, ma i numeri aumentano sempre più.

Molti bambini provengono dal Wolayita, regione del sud ovest del Paese, caratterizzata da un’elevata densità di popolazione, dalla frammentazione delle tribù, e dall’aumento esponenziale dell’attività di bande attive nella tratta di minori. Le ragazze di solito finiscono nel servizio domestico, dove l’abuso sessuale dilaga. Altre, già a otto anni lavorano nei bordelli attorno al mercato centrale di Addis Abeba. Altre ancora, restano in strada, dove si spingono tra le braccia di clienti bianchi in cambio di qualche cosmetico, che hanno visto indossare da modelle di carnagione altrettanto bianca nei grandi cartelloni pubblicitari che svettano in mezzo alle baracche, questa volta di lamiera. Qui Lucy, nel XXIesimo secolo, dopo oltre tre milioni di anni, ha definitivamente perso la sua bellezza “meravigliosa”.

Un programma di rete di sicurezza urbana, lanciato nel 2017 e sostenuto dalla Banca Mondiale, ora aiuta alcuni dei più indigenti delle città, compresi i bambini di strada, dando loro un piccolo contributo in cambio di lavoro come la pulizia delle strade. Ma il problema è più ampio. I bambini di strada sono già parte integrante del processo di urbanizzazione. Addis Abeba ha una popolazione che aumenta di anno in anno, anche se nessuno sa quante persone ci abitino effettivamente (si stimano tra i 6 e i 7 milioni di abitanti, quasi un terzo della popolazione urbana del Paese). I problemi sia di ordine ambientale (inquinamento, anzitutto) che di degrado sociale, sono sempre più crescenti, dal momento che la speranza di trovare lavoro in città tra chi arriva dalle aree periferiche è spesso disattesa, con un tasso di disoccupazione di oltre il 30% che si traduce nel fenomeno della marginalizzazione di molte persone, spinte a vivere negli slum e nelle strade (donne e bambini compresi). A livello nazionale, il tasso di urbanizzazione è stimato intorno al 4-6% all’anno, esercitando un’enorme pressione sulle infrastrutture e i servizi municipali. Ma nonostante l’infelicità della vita nelle strade, soprattutto per i bambini, l’alternativa – un ritorno permanente in campagna – è molto rara quanto complessa.

 

| Il ruolo dell’Italia |

L’Italia – già presente in Etiopia in modo qualificato, non solo per l’opera della Salini Impregilo che ha completato la diga Gibe III e sta realizzando quella che sarà la diga più grande d’Africa (Grand Ethiopian Renaissance Dam), ma anche per la partecipazione di Enel Green Power nella costruzione dell’impianto fotovoltaico di Metehara, a circa 200 km da Addis Abeba – può oggi trovare spazi adeguati per assumere un ruolo di leadership internazionale, contribuendo a definire una strategia a lungo termine su tutti i tavoli d’intervento capace d’integrare obiettivi sociali, culturali, politici, economici e ambientali, sia attraverso la politica degli aiuti, che attraverso investimenti diretti a creare, da una parte, scolarizzazione, e dall’altra, occupazione a condizioni dignitose e tali da ridimensionare le gravi situazioni di degrado attualmente presenti.