ENZO SIVIERO: QUANTO COSTERA’ AGLI ITALIANI IL NUOVO PONTE DI GENOVA

A quasi un anno dal crollo del Ponte Morandi le vicende attorno a quest’ultimo e al futuro di Genova sono ancora parzialmente oscure. Mentre attendiamo un nuovo ponte, raccogliamo il parere di un eminente esperto, il Professor Enzo Siviero, architetto e ingegnere, noto in tutto il mondo per professionalità, esperienza, pubblicazioni e un approccio progettuale che contempla sapienza costruttiva e ricerca estetico-formale. Trailer dell’intervista integrale disponibile al link https://www.youtube.com/watch?v=Q5dNlvINCLg

A cura di Margherita Furlan

Editing Francesca Mallozzi

In memoria di Mirko Vicini; Bruno Casagrande; Marian Rosca; Anatoli Malai; Cristian, Dawna e Kristal Cecala; Andrea Vittone, Claudia Possetti e i figli Manuele e Camilla; Roberto Robbiano, Ersilia Piccinino e il figlio Samuele; Alberto Fanfani; Marta Danisi; Stella Boccia; Carlos Jesus Erazo Truji; Giovanni Battiloro; Antonio Stanzione; Gerardo Esposito; Matteo Bertonati; Axelle Place; Nathan Gusman; Melissa Artus; William Pouza; Juan Ruben Figueroa Carrasco; Leyla Nora Rivera Castillo; Juan Carlos Pastenes; Admir Bokrina; Marius Djerri; Henry Diaz Henao; Luigi Matti Altadonna; Francesco Bello; Giovanna Bottaro; Elisa Bozzo; Andrea Cerulli; Alessandro Campora; Giorgio Donaggio; Vincenzo Licata; Alessandro Robotti; Gennaro Sarnataro; Angela Zerilli.

La ‘Grande Albania’, un rifugio sicuro per il jihadismo internazionale

La ‘Grande Albania’, un rifugio sicuro per il jihadismo internazionale

Il governo albanese ha espulso due diplomatici iraniani, l’ambasciatore Gholamhossein Mohammadnia e Mohammed Roodaki, funzionario presso l’ambasciata a Tirana, accusati di essere membri sotto copertura dell’intelligence iraniana. Secondo quanto riferisce il quotidiano The Independent, i due sarebbero stati parte di una cellula il cui compito era di organizzare “un complotto per colpire l’opposizione iraniana rifugiatasi in Albania”. La mossa sarebbe stata messa in atto in seguito a colloqui con Paesi “interessati”, tra cui Israele e Stati Uniti. Non a caso l’amministrazione di Washington si è immediatamente congratulata con l’esecutivo albanese per il provvedimento intrapreso.

La notizia diffusa dall’Independentha però sollevato l’attenzione su uno scenario fino ad ora poco studiato e rimasto comunque fuori dal raggio di attenzione internazionale. Scenario in cui gli Stati Uniti hanno affidato all’Albania un ruolo centrale, e il cui fine (uno dei fini) appare quello di incrementare la destabilizzazione dell’intera area balcanica.  

Protagonista di tutta l’operazione è l’organizzazione islamica cosiddetta dei Mujaheddin e-Khalq (Mujaheddin del Popolo, MEK) che dispone ora di una grande base in territorio albanese. L’arrivo in Albania del comando del MEK è preceduto da una storia oltremodo lunga e tortuosa che merita di essere raccontata in dettaglio. 

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L’espansionismo d’Israele è nei numeri

Solo nell’ultimo anno 30mila nuovi immigrati sono sbarcati in Israele. Da Washington si vede bene come i cristiani evangelici, grandi elettori del presidente Donald Trump, finanzino ormai circa un terzo della migrazione attuale degli ebrei verso Israele che ha oramai l’urgenza d’impostare un’espansione territoriale che vada al di là dei territori occupati illegalmente, in primo luogo la Cisgiordania e le alture del Golan, in territorio siriano. È dunque probabile che i primi a farne le spese — dato che i confini di Giordania, Egitto, Arabia Saudita sono molto meno penetrabili, per ragioni politiche oltre che militari — potrebbero essere gli abitanti delle alture del Golan, già occupate, come s’è detto, ma non ancora colonizzate. Altri territori vicini potrebbero diventare oggetto di queste attenzioni. Ma anche il Libano è tra i candidati all’invasione.

L’espansionismo d’Israele è nei numeri

 

SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE 

Una miriade di colori, profumi, emozioni mi sorprende appena arrivata ad Addis Abeba. L’immagine di una mamma che prende a calci la figlia del marito, già maggiorenne e in lacrime, nel silenzio del padre e senza che nessuno quasi se ne accorga, mi colpisce il cuore all’uscita dell’aeroporto. La città è in piena ricostruzione (o forse è meglio usare il termine “costruzione”). Le aziende cinesi dominano il mercato e lentamente si vedono levarsi verso il cielo grattacieli orribili, in mezzo alle baracche. Baracche piccole, medie, sporche, bianche, celesti, con le parabole sui tetti, sul greto del fiume, tra i sassi, tra i pali della corrente lasciati per terra, tra le pozzanghere, tra i tanti negozi di carabattole varie, tra i poliziotti armati che non vogliono essere fotografati; baracche nella miseria più nera. E nient’altro più. [Galleria all’interno] Leggi tutto “SARÒ BANALE: LA VITA È OGGI NEGLI OCCHI DI UNA GIOVANE ETIOPE “

ENZO SIVIERO: I MISTERI E LE SPEREQUAZIONI INTORNO AL PONTE MORANDI

A quasi un anno dal crollo del Ponte Morandi le vicende attorno a quest’ultimo e al futuro di Genova sono ancora parzialmente oscure. Mentre attendiamo un nuovo ponte, raccogliamo il parere di un eminente esperto, il Professor Enzo Siviero, architetto e ingegnere, noto in tutto il mondo per professionalità, esperienza, pubblicazioni e un approccio progettuale che contempla sapienza costruttiva e ricerca estetico-formale.

A cura di Margherita Furlan

Editing Francesca Mallozzi

Si ringrazia per la preziosa collaborazione l’architetto Patrizia Berardi

Una produzione Cometa Associazione In memoria di Mirko Vicini; Bruno Casagrande; Marian Rosca; Anatoli Malai; Cristian, Dawna e Kristal Cecala; Andrea Vittone, Claudia Possetti e i figli Manuele e Camilla; Roberto Robbiano, Ersilia Piccinino e il figlio Samuele; Alberto Fanfani; Marta Danisi; Stella Boccia; Carlos Jesus Erazo Truji; Giovanni Battiloro; Antonio Stanzione; Gerardo Esposito; Matteo Bertonati; Axelle Place; Nathan Gusman; Melissa Artus; William Pouza; Juan Ruben Figueroa Carrasco; Leyla Nora Rivera Castillo; Juan Carlos Pastenes; Admir Bokrina; Marius Djerri; Henry Diaz Henao; Luigi Matti Altadonna; Francesco Bello; Giovanna Bottaro; Elisa Bozzo; Andrea Cerulli; Alessandro Campora; Giorgio Donaggio; Vincenzo Licata; Alessandro Robotti; Gennaro Sarnataro; Angela Zerilli.

Mojahedin-e Khalq (MEK): dietro alla richiesta del rispetto dei diritti umani in Iran c’è dell’altro

Ad Ashraf-3 – così si chiama il nuovo Quartier Generale della Resistenza Iraniana, in Albania – il Consigliere per la Sicurezza informatica della Casa Bianca, Rudy Giuliani, ha sostenuto il MEK come “valida alternativa al regime del terrore che da 40 anni opprime l’Iran” e ha definito Maryam Tajavi “l’unica vera rappresentante del popolo iraniano”.  

A circa 50 chilometri da Tirana, Ashraf-3 assomiglia a una piccola città pesantemente sorvegliata, con parchi, sale conferenze, ristoranti e piscine. E’ “il nuovo epicentro della resistenza iraniana, che mostra la sua potenza mentre il mondo perde la pazienza con l’Iran”, commenta Ali Safavi, membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI). Alla conferenza, intitolata “120 anni di lotta del popolo iraniano per la libertà”, tenutasi il 12 e 13 luglio, hanno partecipato migliaia di membri del MEK e circa 300 politici provenienti da tutto il mondo. Tra gli altri, Ingrid Betancourt, ex senatore colombiano e candidato alla presidenza, Michèle Alliot-Marie, ex ministro francese, definita da Forbes nel 2006 la cinquantasettesima dona più potente al mondo, Joe Lieberman, ex senatore degli Stati Uniti e primo ebreo americano candidato alla vicepresidenza, l’ex segretario energetico del presidente Clinton, Bill Richardson, Matthew Offord, conservatore membro del Parlamento del Regno Unito, Sid Ahmed Ghozali, ex primo ministro algerino, l’ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper. L’Italia è stata rappresentata da Roberto Rampi, senatore del PD, Giuseppina Occhionero, deputata eletta nelle fila di LEU, Antonio Tasso, deputato del M5S. Obiettivo esplicito dell’assemblea: chiedere alla comunità internazionale di porre fine alla politica di pacificazione con l’Iran.

I Mojahedin-e Khalq (MEK) infatti sostengono di avere l’appoggio della maggioranza degli iraniani ma questa volta è l’American Herald Tribune a smentire l’organizzazione. Secondo un sondaggio commissionato nel 2018 dalla Public Affairs Alliance of Iranian Americans (PAIA) solo il 6% degli iraniani residenti negli Stati Uniti sostiene il MEK come un’alternativa legittima all’attuale governo in Iran. Il dato rispecchia l’analisi dell’anno precedente, che riferisce di un debole 7% in merito alle simpatie per Maryam Rajavi, leader del MEK.

Come già scritto in precedenza, i Mujaheddin e-Khalq nacquero nel 1963, in Iran, con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e come acerrimi avversari del regime dello Shah. Nel 1979 il Mek partecipò alla rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia che lo caratterizzava all’epoca era un singolare incrocio di marxismo, femminismo e islamismo. Come tale del tutto incompatibile con quella degli ayatollah sciiti. Così il Mek fu costretto a disperdersi, mentre il suo quartier generale si trasferì a Parigi nel 1981. In questo lasso di tempo il MEK “cambiò pelle”, oltre che ideologi e finanziatori e, cinque anni dopo, riapparve in Iraq, precisamente a Camp Ashraf, a nord di Baghdad. Lì si distinse come formazione armata autonoma — alcune migliaia di combattenti bene addestrati, con le famiglie al seguito — che supportò Saddam Hussein contro l’Iran e apparve attivamente in numerosi episodi della repressione dei curdi iracheni. Il MEK sopravvisse stranamente alla caduta di Saddam Hussein e, nel 2003, venne trasferito, dagli americani vincitori, letteralmente “armi e bagagli”, in un altro grande accampamento militare che prenderà, non a caso, il nome di Camp Liberty. Da quell’avamposto si diramarano numerosi attentati terroristici e azioni di diversione e boicottaggio contro l’Iran. Formalmente “disarmato” dall’esercito statunitense, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, il MEK continuò a svolgere un’intensa azione bellica e propagandistica contro Teheran. Sempre sotto la guida del Quartier Generale di Parigi e sempre lasciato libero di agire dai servizi segreti americani, israeliani, francesi. L’ambiguità della sua collocazione non gl’impedisce — anzi lo aiuta — d’incassare il supporto più o meno esplicito di esponenti politici occidentali, come l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e John Bolton, ex rappresentante USA alle Nazioni Unite e attuale Consigliere per la Sicurezza nazionale. Perfino l’ex commissaria europea Emma Bonino si affaccia ad alcune delle iniziative “umanitarie” del MEK. Nel New York Timesnel 2012 apparì un elenco di sostenitori, tra cui diversi esponenti del Congresso americano, ma anche R. James Woolsey e Porter J. Goss, ex direttori della Cia, Louis J. Freeh, ex direttore dell’Fbi, Tom Ridge, ex segretario della Homeland Security sotto la presidenza George W. Bush, l’ex procuratore generale Michael B. Mukasey e l’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale ai tempi di Obama, il generale James L. Jones.

Tuttavia, già nel 1994, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sottolineava come il MEK non potesse candidarsi alla guida alla Repubblica Islamica: “Evitata dalla maggior parte degli iraniani e fondamentalmente antidemocratica, l’organizzazione dei Mojahedin-e Khalq non è un’alternativa praticabile all’attuale governo iraniano”. Ancora prima, nel 1992, l’allora Segretario di Stato aggiunto, Robert Pelletreau, scriveva: “L’Organizzazione del Mojahedin-e Khalq non rappresenta una forza politica significativa tra gli iraniani, in parte a causa dei suoi stretti legami con il governo iracheno”.

Gli Stati Uniti inserirono il MEK nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere nel 1997 per “uso occasionale di violenza terrorista”. Nel 2012, al culmine di una campagna di lobbying bipartisan, aggressiva e ben finanziata, l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, sdoganò il MEK, rimuovendolo dalla “black list”, nonostante l’organizzazione fosse considerata terrorista non solo da Iran e Iraq, ma anche da Unione europea, Gran Bretagna e Canada*. 

Nessun effetto sortì la lettera, pubblicata sul Financial Times nel 2011, di 37 esperti della Repubblica Islamica. Questi, sottolineando l’assenza di ”base politica e di vero sostegno” dell’organizzazione all’interno dell’Iran, mettevano in guardia il Dipartimento di Stato dall’escludere il MEK dalla black list. Tra i firmatari della lettera, Gary Sick, che prestò servizio nello staff del Consiglio di Sicurezza nazionale ai tempi dei presidenti Ford, Carter e Reagan, e che in tale occasione descrisse il sostegno del MEK in Iran “molto, molto limitato”. Mentre Michael Rubin, consulente per il Medio Oriente del Pentagono dal 2002 al 2004, scrisse nel The National Interest che “gran parte della popolazione iraniana, a prescindere dalla sua visione politica, condivide un profondo odio per il MEK”. Aggiunge John Limbert, ex vice Segretario di Stato per l’Iran, che la maggioranza del popolo iraniano “non si fa ingannare dalle pretese democratiche del MEK perché conosce la sua storia omicida”.

Mentre i politici occidentali, secondo quanto riportato da Politico, sarebbero molto sensibili al profumo del denaro che il MEK distribuirebbe lautamente (oltre 20,000 $ per presenziare a un evento), anche in Europa. Tanto che, seguendo la scia del dolce effluvio, El País avrebbe scoperto che il partito Vox sarebbe nato grazie ai finanziamenti del MEK, che tra il 2013 e il 2014 avrebbero sfiorato il milione di euro. 

Tuttavia, qualunque sia l’origine del denaro di cui sembra abbondare il MEK, ai vertici della politica internazionale forse non passa inosservato quanto sostenuto da Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council (NIAC): “A differenza di altri gruppi dell’opposizione iraniana, il MEK può organizzare operazioni militari. I suoi membri sono esperti in sabotaggi, omicidi e terrorismo. Queste non sono qualità che si prestano a qualsiasi progetto di “democratizzazione”, ma sono estremamente utili quando l’obiettivo strategico è provocare un cambio di regime (attraverso l’invasione o la destabilizzazione politica)”.

 

L’Iran si difende dalla “Troika del Male”

L'Iran si difende dalla "Troika del Male"

Le riserve di uranio arricchito dell’Iran hanno superato il limite di 300 kg stabilito nell’accordo sul nucleare del 2015. Dopo l’annuncio di ieri, 1 luglio, da parte del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, in queste ore arriva la conferma dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il prossimo passo sarà quello di aumentare il grado di arricchimento dell’uranio (fino al 20%) e la soglia di acqua pesante (che potrebbe arrivare a 13 tonnellate), avverte Teheran, che potrebbe così aprire la strada allo sviluppo di armi nucleari. Leggi tutto “L’Iran si difende dalla “Troika del Male””

Dove sta andando l’Etiopia?

Dove sta andando l'Etiopia?

Sei morti eccellenti, tra cui il generale che si ritiene a capo dell’operazione, Asamnew Tsige. È l’unica certezza che resta del fallito colpo di stato in Etiopia, avvenuto nella notte tra sabato 22 e domenica 23 giugno.

Le dinamiche, al contrario, non sono ancora del tutto chiare, come non è agevolmente identificabile la portata degli avvenimenti, ridimensionati dal governo in carica a “golpe regionale”. Leggi tutto “Dove sta andando l’Etiopia?”

Stefano Sylos Labini: “L’Italia stretta dai vincoli europei”

Stefano Sylos Labini

“In questo momento una procedura per debito è giustificata”. La lettera inviata a Bruxelles dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, non basta a smuovere le convinzioni del commissario agli Affari economici dell’Ue, Pierre Moscovici. Secca la risposta del premier: “Quello che è scritto nella lettera non vuole dire che non rispettiamo i vincoli attuali, ma il nostro candidato ideale alla presidenza della Commissione Ue è quello che si predispone a cambiare le regole europee.” E sottolinea: “Se siamo in un sistema integrato dobbiamo competere con le sfide globali ma all’interno dell’Ue le regole devono essere uguali per tutti. Io voglio competere, ma a parità di armi.” Leggi tutto “Stefano Sylos Labini: “L’Italia stretta dai vincoli europei””

“L’Italia non è la Cenerentola d’Europa”. Intervista all’on. Pino Cabras

Le elezioni europee sono oramai concluse e i giochi sono quasi fatti. Il 2 luglio a Strasburgo si terrà la prima plenaria del nuovo Parlamento e gli eurodeputati stanno ufficializzando le affiliazioni ai gruppi parlamentari europei.

Per formare un gruppo sono necessari venticinque membri che rappresentino almeno un quarto degli Stati membri dell’Ue. Tradotto: servono alleati provenienti da almeno sette Paesi europei. I parlamentari che non riescono a formare un gruppo, per quanto numerosi, vengono definiti ‘membri non iscritti’. Il che, nei fatti, si traduce in nessuna, o quasi, possibilità d’incidere nell’agenda europea. Leggi tutto ““L’Italia non è la Cenerentola d’Europa”. Intervista all’on. Pino Cabras”

COME LA SICILIA È DIVENTATA IN SILENZIO LA BASE DA DOVE PARTONO I BOMBARDAMENTI DEI DRONI USA

Il governo tedesco dovrà intervenire a garanzia che gli Stati Uniti rispettino il diritto internazionale nell’utilizzo della base aerea di Ramstein. La storica decisione è stata presa lo scorso 19 marzo dal tribunale amministrativo superiore del Nordrhein-Westfalen (Renania settentrionale-Vestfalia), a Münster.

Il 29 agosto del 2012, tre civili yemeniti, membri della famiglia bin Ali Jaber, sono stati uccisi in un raid condotto da droni. Nell’ottobre 2014, sostenuti dal Centro europeo per i diritti costituzionali e i diritti umani (Ecchr), Faisal bin Ali Jaber e altri due membri della sua famiglia hanno intentato un’azione legale contro l’esecutivo tedesco, accusandolo di sostenere il programma statunitense di attacchi con i droni, e le violazioni dei diritti umani che ne deriverebbero, in nome della lotta al terrorismo. Anche se i tempi per ottenere giustizia potrebbero essere ancora lunghi, Faisal, Ahmed Saeed e Khaled Mohmed bin Ali Jaber hanno già raggiunto un traguardo fondamentale: per la prima volta, vittime di attacchi con droni sono state ascoltate da un tribunale in Germania, contribuendo così al dibattito politico sui limiti della guerra contro il terrorismo. Leggi tutto “COME LA SICILIA È DIVENTATA IN SILENZIO LA BASE DA DOVE PARTONO I BOMBARDAMENTI DEI DRONI USA”